Quando nel 2016 Elena Parisi ha lasciato l’Italia per costruirsi una carriera a Londra, come ingegnera, è entrata in quel nutrito gruppo di italiani di talento che si trasferiscono all’estero per fuggire da un mercato del lavoro carente e dalla mancanza di opportunità. Nel 2020, però, la pandemia di covid-19 ha costretto molte persone in tutto il mondo a lavorare da casa, e così Parisi, come molti altri italiani, ha approfittato dell’occasione per tornare nel suo paese. Tra le riunioni su Zoom e altre mansioni, per un’azienda londinese specializzata nel riciclo, Parisi si concedeva lunghe passeggiate su una spiaggia di Palermo poco distante dalla casa di famiglia, e alle prime luci dell’alba discuteva di ricette con i venditori del mercato locale. “Qui la qualità della vita è mille volte meglio”, ammette Parisi, che ora si trova a Roma.

In Italia il covid-19 sembra aver invertito il tradizionale fenomeno della fuga dei cervelli. Oggi nel paese si discute su quanto le cose stiano cambiando e di quanto questi cambiamenti saranno definitivi. In ogni caso una differenza rispetto a prima c’è.

Anche se molti sono tornati nel loro paese, lavorano ancora per aziende statunitensi, britanniche, olandesi o di altre nazioni

Secondo i dati della Commissione europea, l’Italia, insieme alla Romania e alla Polonia, è tra i paesi del continente che ha più cittadini che lavorano all’estero. Tra gli italiani espatriati, i laureati sono proporzionalmente più numerosi rispetto a quelli che vivono in Italia.

La grande occasione

Confindustria stima che la fuga dei cervelli costi all’Italia circa quattordici miliardi di euro l’anno, tenendo conto dei soldi che lo stato spende per formare i cittadini. Da tempo i governi cercano di convincere i lavoratori qualificati a rientrare offrendo sgravi fiscali. Tuttavia un mercato del lavoro sconfortante, la disoccupazione alle stelle, una burocrazia asfissiante e la difficoltà di fare carriera hanno continuato a spingere molti laureati a trasferirsi all’estero.

Il covid-19 sembra essere riuscito dove anni di incentivi avevano fallito. Secondo il ministero degli esteri, nel 2020 il numero di cittadini italiani tra i 18 e i 34 anni tornati in Italia è aumentato del 20 per cento rispetto al 2019. “Cervelli in fuga, controesodo spinto dal covid e sgravi fiscali”, titolava il 18 settembre il Sole 24 Ore. “Adesso i giovani vogliono tornare in Italia”, annunciava il Giornale di Sicilia. A dicembre l’Espresso ha definito il 2020 “l’anno della svolta, del ritorno”.

Il governo italiano ha accolto il rientro di alcuni dei suoi cittadini più brillanti come una consolazione nel paese travolto dalla pandemia, parlando di “grande occasione”. Per le autorità il fenomeno porterà anche un beneficio economico, dato che gli italiani che trascorrono più di sei mesi all’anno nel loro paese devono pagare lì le loro tasse. Durante una conferenza organizzata a ottobre, la ministra per l’innovazione digitale Paola Pisano ha dichiarato che l’Italia ha l’opportunità di approfittare delle abilità e delle innovazioni che gli italiani portano con sé tornando dall’estero. Pisano ha aggiunto che ora si tratta di convincere queste persone a restare. Secondo la ministra, il paese ha bisogno per prima cosa “di una connessione internet solida, capillare, potente e sicura”, affinché chi lavora all’estero “possa tornare nel suo paese senza doversi licenziare” .

Un gruppo di italiani ha fondato un’associazione chiamata South working per promuovere il lavoro a distanza nell’Italia meridionale, nella speranza che i professionisti rientrati possano dedicare tempo e risorse economiche a migliorare la situazione nelle loro città. “Così le loro idee, il loro volontariato e la loro creatività rimarrebbero nella terra in cui vivono”, sottolinea Elena Militello, presidente dell’associazione, tornata in Sicilia dal Lussemburgo.

Per promuovere il lavoro da remoto l’associazione sta individuando i centri abitati che hanno delle connessioni veloci, un aeroporto o una stazione ferroviaria nelle vicinanze e almeno uno spazio per il co-working o una biblioteca con una buona connessione wi-fi. Per elaborare questa mappa l’associazione viene assistita da Carmelo Ignaccolo, dottorando in urbanistica presso il Massachusetts institute of technology, tornato in Sicilia dopo l’esplosione della pandemia.

Nei mesi scorsi Ignaccolo ha seguito gli esami su Zoom, con il mediterraneo sullo sfondo, ha fatto lezione vicino al frantoio del suo bisnonno e si è riparato dall’afa studiando in una necropoli greca poco lontano da casa. “Mantengo al cento per cento la professionalità statunitense”, racconta Ignaccolo, “ma ho uno stile di vita molto mediterraneo”. A beneficiare dei rientri non è solo il sud. Roberto Franzan, 26 anni, programmatore che aveva fondato una startup di successo a Londra prima di essere assunto da Google, è tornato a Roma a marzo. “Qui puoi entrare in un bar e fare una chiacchierata con chiunque”, spiega. “Per me è stato fantastico”. Franzan racconta che in Italia stanno nascendo molte startup e aziende tecnologiche interessanti e sta pensando d’investire nel paese. “Questa situazione ha dato a tutti noi il tempo per realizzare quanto positivo può essere tornare alle proprie radici”, sottolinea.

Il mondo imprenditoriale ha invitato il governo italiano a non sprecare questa opportunità. “Coronavirus, il dietrofront dei cervelli in fuga”, ha scritto sul Messaggero Michel Martone, ex viceministro del lavoro. Martone ha esortato i parlamentari a trovare il modo di trattenere “questo straordinario esercito di giovani tornato a casa di fronte all’emergenza”.

Da sapere
Chi si sposta di più

◆ Secondo i dati del rapporto annuale sulla mobilità dei lavoratori all’interno dell’Unione europea, nel 51 per cento dei trasferimenti all’interno dei paesi dell’Unione a spostarsi sono le donne e nel 49 per cento gli uomini (i dati sono del 2018 e includono per questo anche il Regno Unito). Le percentuali variano molto da paese a paese. In Grecia, Portogallo e Italia nel 60 per cento dei casi le persone che si trasferiscono sono donne. La quota di donne è superiore alla media dell’Unione anche nei Paesi Bassi (56 per cento) e a Cipro (54 per cento). All’estremità opposta c’è la Repubblica Ceca, dove gli uomini rappresentano il 58 per cento dei trasferimenti. In Germania si spostano più uomini che donne (54 per cento).

Commissione europea


Tuttavia alcuni esperti ritengono che i vantaggi non siano poi tanti. Anche se molti italiani sono tornati nelle campagne toscane o sulle spiagge siciliane, infatti, lavorano comunque ancora per aziende statunitensi, britanniche, olandesi o di altre nazioni. “Zoom non risolverà i problemi dell’Italia”, sottolinea Enrico Moretti,dell’Università della California a Berkeley, che studia economia urbana e del lavoro e rientra a sua volta nella categoria degli italiani emigrati.

Giovani penalizzati

Brunello Rosa, altro esponente della diaspora ed economista a Londra, sottolinea che gli italiani rientrati “realizzano un’attività per un’entità estera, creando valore e reddito all’estero. Il fatto che spendano il loro stipendio in Italia non fa una grande differenza”.

Secondo Rosa è invece probabile che il covid-19 porti una devastazione economica e un tasso di disoccupazione elevatissimo, provocando un’altra ondata migratoria appena i paesi europei apriranno le frontiere. Rosa e altri esperti sono convinti che per affrontare realmente il problema, più che affidarsi a “persone che tornano a casa perché all’estero si mangia peggio e il clima è pessimo”, l’Italia dovrebbe completare una profonda riforma strutturale e culturale, in modo da snellire la burocrazia e rafforzare la trasparenza.

Ignaccolo, il dottorando dell’Mit, rientrerà negli Stati Uniti per continuare la sua carriera accademica. La nuova azienda del programmatore Franzan avrà la sua sede nel Delaware.

Gli svantaggi del lavoro in Italia preoccupano anche Parisi. L’ingegnera teme che i suoi progressi professionali possano essere ostacolati da un ambiente imprenditoriale che penalizza i giovani. Ammette che il poco sole di Londra è deprimente e che la cucina britannica le fa male alla pelle, ma nella vita contano anche altre cose. “Sono giovane, sono una donna e occupo una posizione di rilievo”, racconta. Parisi tornerà a Londra quando riaprirà il suo ufficio . “È stata un’occasione unica, ho potuto mantenere il lavoro e contemporaneamente vivere in Italia. Ma ho sempre saputo che era una soluzione temporanea”. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati