◆ Qualche giorno a Napoli, e non finisco mai di scoprirla. In un’antica cava di tufo al rione Sanità, il cimitero delle Fontanelle, da poco riaperto. Quei teschi disposti su ossa lunghe, come su cataste di legna. Se la civiltà di un popolo si misura anche dal culto dei morti, il recupero dei 40mila resti qui conservati è stato un atto civile. Nei secoli li ha uccisi la peste o il colera, oppure erano così poveri da essere scaricati nella cava. Ma che poesia nel nominarli: sono le anime pezzentelle . Molti napoletani curavano una capuzzella in cambio di una grazia o numeri buoni per il lotto. Visito le navate con un gruppo, ascoltando la guida e, dentro di me, un disagio crescente. Penso a morti assai più recenti. Sono ancora fresche le immagini dei migranti arrivati a nuoto a Ceuta. Tanti ragazzi, li abbiamo visti con le dita a V in segno di vittoria e negli occhi una speranza mal riposta. Qualche giorno dopo frugano tra l’immondizia. Molti non ce l’hanno fatta, subito dimenticati. Solo le loro famiglie li ricordano, cercandoli da lontano. Qui si parla della sospensione del patto di Schengen e delle ritorsioni spagnole, di ondate future. Non si parla degli annegati. Sono anonimi, caduti come altre migliaia, in questi anni, nel cimitero mediterraneo. Non avranno nessuna cura, sott’acqua. Dal loro grande silenzio accusano l’Europa di inciviltà e disumanità, restano senza pace tra i pesci.
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati





