◆ Non ho mai comprato le patate. Sempre presenti nella mia dieta, provenivano dal campo sotto casa. Mio padre le seminava, sarchiava, combatteva la dorifora rimuovendola dalle foglie e schiacciandola sotto i piedi. Ad agosto le raccoglieva, attento a non tagliarle con la zappa. Ma usava anche gli antiparassitari, da ragazza mi metteva una pompa pesante sulla schiena e mi mandava a irrorare le piante. Ero contraria ma lo dovevo fare. Conosco persone che vanno al mercato dei contadini per trovare ortaggi biologici o quantomeno genuini. Forse non sanno che anche la piccola agricoltura usa concimi, diserbanti e anticrittogamici, magari in misura ridotta ma li usa. Negli anni sessanta e settanta i prodotti chimici hanno invaso le campagne, forniti dai consorzi agrari. I contadini s’indebitavano per comprare i sacchi di nitrati. Ho sempre chiesto a mio padre un pezzo di orto biologico e si è rifiutato. Se non ci metti niente non viene niente, era la risposta. Per lui, e per la maggioranza dei suoi colleghi, la chimica era il progresso. In questa novantesima sua primavera lo ha bloccato la sciatica, poi l’enfisema e il cuore. È stato in ospedale e per la prima volta non abbiamo il nostro campo di patate. Mi manca, come mi manca la forza di mio padre. Le patate da seme che già aveva comprato le ha regalate a un vicino. Te le faccio riassaggiare, gli ha detto Berto. Conoscendolo, ne porterà un sacco.
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati





