**◆ **Colpisce che, in questi giorni, “dopo” stia diventando più frequente di “adesso”. La reclusione ha ridotto il qui e ora a una stanza, un po’ di strada dalla finestra, cento passi cauti fino al supermercato. L’unica vera forma di altruismo è proteggersi il più possibile dall’altro. Parenti, amici sono ormai voci-immagini che si manifestano sullo schermo di cellulari e pc per dire: siamo, sul momento, ancora sani. Il mondo è radio, telegiornali, bollettini della disfatta, della vittoria. Ovvio, quindi, sognare il dopo. Ma anche sul dopo c’è parecchia confusione. Ci sembrerà sufficiente tornare a prima del virus, con i felici pochi che posseggono tutto e i molti che stentano a sbarcare il lunario? Ci piacerà un’Europa disunita che lascia sforare i deboli (a loro rischio e pericolo), solo quando urge che sforino i forti? Torneremo globali, ci autarchizzeremo, ci iperstatalizzeremo, ci sovranizzeremo al seguito di un Putin europeizzante o altro uomo d’acciaio? Scienziati, politici, economisti studieranno entusiasti il modo di costrizione asiatico e lo adatteranno alle nostre repubblichette presidenziali? Metteremo fine all’americanizzazione e ci cinesizzeremo? Lettere e arti rifioriranno sfornando innumerevoli “Io e il Covid-19”, “Elogio della clausura” eccetera? O – sorpresa – ci adopereremo per rendere il mondo, al solito immondo, finalmente un pochino giocondo?
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Questo articolo è uscito sul numero 1351 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati





