**◆ **La fase delle contraddizioni sta per esaurirsi. Meglio non uscire, usciamo. Non diamoci la mano, ecco una bella stretta. Niente abbracci, ma sì, abbracciamoci. I baci no, smack smack. Non spostiamoci, corriamo da mamma, nonna e fidanzati. È stato proprio un pessimo periodo. Anche se sapevamo di dover essere prudenti, cedevamo di fronte a chi faceva l’impavido, l’ottimista sfottente, il libertario irriducibile, il gioviale affettuoso, per non sembrare vili, scorbutici, anaffettivi. Così, se era facile dire all’estraneo d’altri continenti: vade retro; se era facile disegnare il nemico e dal nemico ricavare la nostra identità, il nostro significato, la convinzione di essere i migliori; appariva invece difficile dire al conoscente, al consanguineo: sta’ al posto tuo. Oggi si tratta di prendere atto che siamo tutti probabili infetti; che con i nostri comportamenti avventati mettiamo a rischio amici, parenti, strutture ospedaliere già cronicamente insufficienti; che noi, il gradino più alto della scala evolutiva, stiamo velocemente precipitando in basso. In sintesi, non solo siamo tutti in pericolo, ma siamo noi stessi il pericolo. Ed è solo da noi che possiamo ricavare identità e senso nuovi, un modo più vero di stare insieme. Autoassegniamoci con dignità il nostro posto. Ed evitiamo la fase peggiore dei naufragi: la corsa dissennata alle scialuppe, il si salvi chi può.
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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati





