**◆ **“Guerra” non pare più un vocabolo che dice bene l’orrore. La parola si porta dietro, a suo modo, un che di regolamentato, con eserciti ben schierati, divise, bandiere, un inizio e una fine. Etichette come “la guerra in Iraq”, “la guerra in Siria”, “la guerra in Libia” danno l’idea di un catalogo militaresco che si può agevolmente sfogliare. Perciò la parola va rimpolpata. Deve esprimere i crimini dei colossi economici, degli stati, delle mafie straricche e super armate, degli eserciti volontari e mercenari benedetti da divinità ignare. Deve far perno esplicitamente intorno ad “assassinio”, “scannatoio”, “massacro”, “sterminio”, “sterminio atomico”. Deve significare che da tempo siamo fuori di ogni possibile regolamento dello scempio, se non il regolamento di un numero infinito di vecchi e nuovi conti tra aree del pianeta. Ma forse il vocabolario stesso è disgustato, si rifiuta di nominare ciò che combiniamo nei modi più ignobili. Altro che lingua santa di Adamo, altro che letteratura. Qui abbiamo, ormai, una caotica realtà della persecuzione, della tortura, della subordinazione e della rivalsa, del terrore e della morte, del saccheggio e dell’avvelenamento senza antidoti, che attraversa il mondo in lungo e in largo ogni giorno come un’epidemia, senza distinzione tra “pace” e “guerra”. Nessuna sintassi per ora si mostra in grado di mettere ordine.
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Questo articolo è uscito sul numero 1344 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati





