Robert Fisk, che è morto di ictus il 30 ottobre all’età di 74 anni in Irlanda, sua patria d’adozione, è stato forse il giornalista più controverso dell’era moderna. Al suo meglio, da giovane e nel periodo della maturità, è stato un reporter brillante e acuto. Per anni i suoi articoli sono usciti anche sulle pagine di Internazionale. Ma ultimamente, a causa della sua arroganza e della sua certezza di aver sempre ragione, i suoi articoli avevano perso gran parte della forza e dei lettori.
Ma aveva coraggio. Il suo compito, insisteva nel dire, era di testimoniare, il che significava trovarsi sempre dov’era l’azione (e il pericolo). Durante una guerra, per esempio, non se ne stava tranquillo in una base dell’esercito statunitense. Disprezzava i giornalisti cosiddetti embedded che, durante le guerre del Golfo, seguivano le forze armate statunitensi o, per come la vedeva lui, ne erano tenuti prigionieri. Una volta mi disse che doveva essere come scrivere da una prigione: vedere solo quello che le autorità ti permettono di vedere attraverso le sbarre della minuscola finestra della cella che ti hanno costruito intorno.
Robert Fisk, morto il 30 ottobre a 74 anni, è stato un reporter brillante e acuto. Ma ultimamente, a causa della sua arroganza, i suoi articoli avevano perso forza
Questo non è mai stato il modo di lavorare di Fisk. E così, mentre alcuni giornalisti pontificavano da una comoda sedia girevole, lui era là fuori.
In più di quarant’anni ha raccontato le bombe e i proiettili dell’Irlanda del Nord, la rivoluzione iraniana, il conflitto in Algeria, la guerra civile libanese, la guerra tra Iran e Iraq, entrambe le guerre del Golfo (da Baghdad), la primavera araba, e sempre da strade e deserti pericolosi. È stato picchiato e lasciato quasi moribondo dai profughi afgani in Pakistan (com’era nel suo tipico stile, in seguito avrebbe detto: “Avevano tutte le ragioni per essere arrabbiati. Se fossi stato in loro, anch’io mi sarei picchiato”). E ha intervistato due volte Osama bin Laden, che lo colpì soprattutto per il fatto che scoreggiava spesso durante l’intervista.
Aveva cominciato la sua carriera a Newcastle, a 17 anni, guadagnando l’equivalente di 21 euro a settimana. Detestava lo stile del giornale locale e così, quando ebbe l’opportunità di studiare letteratura inglese all’università di Lancaster, la colse al volo. Cominciò a farsi un nome collaborando con il Times, soprattutto dopo che lo mandarono a Belfast per raccontare gli attentati e gli scontri a fuoco che venivano timidamente chiamati the troubles, i disordini. Fu allora che, ancora studente, lessi per la prima volta i suoi pezzi e, anche se non gliel’ho mai detto, furono i suoi articoli (e le inchieste di Woodward e Bernstein sullo scandalo Watergate) a rendere il giornalismo un lavoro così affascinante ai miei occhi.
Fu l’incarico di inviato in Medio Oriente a fare di Fisk quello che sarebbe stato, nel bene e nel male. Dopo il Times andò a lavorare per l’Independent, che non era un giornale ricco. Questo significava che a volte doveva comportarsi in modo poco corretto con chi lavorava per i mezzi d’informazione (le reti televisive, soprattutto) che potevano permettersi i migliori mezzi di trasporto e la migliore protezione. Gli capitava spesso di chiedere un passaggio fino al luogo dove stava succedendo qualcosa, e promettere che non avrebbe spedito il suo articolo fino a quando la tv o il ricco giornale non avessero trasmesso il loro. Era una promessa che non sempre manteneva.
Vent’anni fa sono stato il suo caposervizio agli esteri. Si faceva vedere raramente in redazione e non è mai stato facile da rintracciare, perché non amava email e simili. A quel punto era diventato un polemista, a causa della sua ostilità verso gli Stati Uniti e di Israele (ha vissuto per decenni a Beirut, e si vedeva), e i suoi articoli erano diventati pezzi di opinione a volte mal camuffata. Ogni tanto mi telefonava chiedendomi se avevo spazio per “un po’ di ‘Fiskery’” (il fatto che si considerasse un marchio era un ulteriore problema). Se era in giro a fare reportage, accettavo. In altri casi, m’innervosivo.
Una volta ho passato un pomeriggio con lui al festival di Internazionale a Ferrara dopo che aveva partecipato a un incontro al teatro Comunale. “Com’è andata?”, mi ha chiesto dopo che lo avevo visto affascinare mille persone per due ore.
“Ti mancavano solo un paio di pantaloni alla cavallerizza e un balcone e avresti potuto essere il duce”, gli ho detto. Non ci fece caso. A quel punto, non conversavi più con lui: eri il suo pubblico.
In ogni caso saresti stato contento di incontrarlo su un’isola deserta. Sprizzava energia da tutti i pori. Tra le cose che ricordo c’è il suo racconto della primavera araba. L’esercito egiziano stava cercando, in nome dei manifestanti, di conquistare la capitale. Il mio telefono squillò. “David, sono Bob. Ti sto per mandare un articolo. Sono sul primo carro armato che entrerà al Cairo”. Nei suoi momenti migliori, era un grande giornalista. ◆ bt
Questo articolo è stato scritto per Internazionale.
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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati




