Il movimento operaio italiano ha una lunga lista di martiri. Il 4 giugno è stato commemorato Bruno Buozzi, sindacalista, ucciso dai nazisti nel 1944. Nell’elenco ci sono gli operai uccisi nel 1960 a Reggio Emilia dalle forze dell’ordine, ma anche Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due immigrati morti sulla sedia elettrica nel 1927, negli Stati Uniti, perché accusati ingiustamente di omicidio. Il 9 maggio è stato commemorato anche Giuseppe Impastato, il giornalista assassinato dalla mafia nel 1978 perché faceva il suo lavoro.

Sarebbe una forzatura inserire anche Sacko Soumayla in questa lista? È stato ucciso il 2 giugno a San Calogero, in provincia di Reggio Calabria, da un colpo di fucile mentre con due connazionali tentava di portare via delle lamiere da una fabbrica dismessa. Era un sindacalista, osava migliorare le condizioni di lavoro dei suoi compagni, invece è stato scambiato per un delinquente. L’Unità sindacale di base (Usb), il suo sindacato, e i suoi compagni onoreranno i princìpi per cui lottava. L’assassinio di Soumayla dovrà contare quanto quelli appena elencati.

Ma nell’Italia di oggi un riconoscimento simile sembra difficile. Si ricorderà solo che era un immigrato maliano in regola. Pierluigi Battista ha scritto sul Corriere della Sera che gran parte della stampa italiana negava alla vittima il suo cognome: come nel caso di Idy Diene, il senegalese ucciso a Firenze il 5 marzo, chi non ha radici italiane viene trattato come se non avesse radici.

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◆ L’Unità sindacale di base (Usb), il sindacato di cui Sacko Soumayla faceva parte, il 4 giugno ha convocato uno sciopero generale a cui hanno aderito tutti i braccianti. C’è stata un’assemblea nella tendopoli di San Ferdinando per discutere come reagire all’omicidio e nessuno dei braccianti si è presentato agli svincoli dove i caporali scelgono chi prendere per la giornata. Il 5 giugno la procura della Repubblica di Vibo Valentia ha emesso un avviso di garanzia per l’omicidio di Soumayla. Il destinatario del provvedimento sarebbe un italiano di quarant’anni che vive a San Calogero. ** La Repubblica, Ansa**


Si è vista questa disumanizzazione anche dopo l’attacco a Macerata. Di fronte alla violenza razzista la reazione generale (anche da parte dei principali partiti) era passiva e insensibile. Sono stati i centri sociali a dare l’allarme, organizzando dei cortei per dimostrare che c’era un’Italia che prendeva posizione contro l’ondata violenta.

C’è anche una responsabilità politica per l’assassinio di Soumayla e nasce nella stessa palude in cui Matteo Salvini, il nuovo ministro dell’interno, può proporre l’espulsione di 500mila esseri umani, ricevendo critiche per la mancata concretezza (e non per la disumanità). Nasce nello stesso clima in cui persone nate in Italia, figlie di immigrati, non vengono considerate italiane.

Il confronto con la Francia

Dopo l’attacco di Macerata si è tornati subito al dibattito sui migranti “irregolari”. L’ex ministro dell’interno Marco Minniti, fautore di un accordo con la Libia sull’immigrazione definito “disumano” dalle Nazioni Unite, affermava di aver voluto fermare gli sbarchi per evitare altri casi Traini (l’autore dell’attacco di Macerata). Ma anche gli immigrati in regola sono condannati all’oblio e al disprezzo.

È facile confrontare le vicende italiane con quelle francesi. Il 26 maggio a Parigi l’immigrato maliano Mamoudou Gassama si è arrampicato per quattro piani per salvare un bimbo appeso a un balcone. Dopo il suo gesto il presidente francese Emmanuel Macron l’ha invitato all’Eliseo per dare un riconoscimento al migrante “buono”, conferendogli la cittadinanza e per offrirgli un lavoro come pompiere. Ma la Francia sta anche inasprendo la sua offensiva contro gli immigrati, incoraggiata dalla politica italiana. Il 4 giugno le ruspe hanno distrutto due campi illegali nella zona nordest della capitale francese. La stampa parigina teme il rischio di una nuova ondata di stranieri espulsi o scappati dall’Italia.

Inoltre Macron ha già affermato la sua volontà di collaborare con il nuovo governo italiano sull’immigrazione e la distruzione dei campi illegali e lo sgombero di mille migranti a Parigi lo dimostra.

Negli ultimi giorni i social network francesi hanno evidenziato l’ipocrisia dei nostri leader politici. Emblematica una vignetta in cui da una parte ci sono un uomo e un bambino che scalano una recinzione, e dall’altra l’uomo che si arrampica sul palazzo per salvare il bambino. Nel primo disegno c’era una x rossa, nel secondo un segno di spunta verde. In tutti e due i casi si può parlare di una situazione di vita o di morte. Negli ultimi sei anni il Mali, uno dei paesi più poveri nel mondo, è stato attraversato da una guerra civile segnata dalla rivolta dei Tuareg, l’ascesa di una serie di movimenti jihadisti, tra cui al Qaeda e l’intervento militare francese. La guerra continua nel nord del paese e ci sono più di 15omila profughi. Una minima parte di questi, circa il 3,5 per cento, è arrivata in Europa. Molti fanno i braccianti nei campi in Calabria e nel Lazio. Sacko Soumayla, un sindicalista, che stava aiutando questi nuovi proletari è stato ucciso mentre recuperava delle lamiere per costruire una baraccopoli. Un uomo è stato ucciso per aver “rubato” materiali abbandonati, in un terreno abbandonato. Non un bel biglietto da visita per l’Italia.

In questo clima la solidarietà nei confronti dei migranti sembra un obiettivo sempre più lontano da raggiungere. Il 3 giugno più di sessanta persone sono morte al largo delle isole Kerkenna, in Tunisia, naufraghi rimasti senza nome e senza volto. Almeno del sindacalista maliano assassinato conosciamo il nome: Sacko Soumayla. Per quanto tempo ci ricorderemo di questo nome? ◆

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David Broder _ è uno storico britannico
della London school of economics._

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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati