La risposta della Repubblica islamica alle proteste è osservata attentamente al livello sia regionale sia internazionale, dato che si sono riaccesi i dubbi sulla capacità del regime di contenere la rabbia sociale e politica. Washington e Tel Aviv hanno preso rapidamente posizione in favore della mobilitazione e Israele ha presentato i disordini come un’opportunità per indebolire il suo principale rivale regionale. Ma l’atteggiamento di altri paesi è più sfumato: per molte capitali del Medio Oriente la crisi iraniana va oltre la politica interna e suscita il timore di nuove destabilizzazioni in una regione già fragile.
Le monarchie del Golfo hanno scelto il silenzio. Storicamente diffidenti nei confronti delle mobilitazioni popolari sul loro territorio, i leader del Golfo sono poco inclini a rallegrarsi della destabilizzazione di un vicino così importante, con effetti che potrebbero superare i suoi confini. Ma questo non significa indifferenza. Un Iran indebolito potrebbe turbare i mercati energetici, scoraggiare gli investimenti stranieri e riaccendere le divisioni regionali proprio mentre i paesi del Golfo cercano di consolidare la loro diversificazione economica e promuovere una distensione diplomatica.
Questo atteggiamento s’inserisce anche in un nuovo contesto diplomatico. Arabia Saudita e Iran hanno riallacciato le relazioni nel 2023 grazie alla mediazione cinese. “Gli stati del Golfo non vogliono vedere l’Iran sprofondare nell’instabilità, perché ci sarebbero gravi ripercussioni”, spiega Mehran Kamrava, professore alla Georgetown university in Qatar. “Desiderano un potere centrale indebolito, ma non al punto da vederlo perdere il controllo di zone del paese”. La guerra di giugno tra Iran e Israele ha convinto questi stati che le tensioni regionali minacciano ormai i loro interessi.
La Turchia condivide preoccupazioni simili, ma da una prospettiva diversa. Legata all’Iran da scambi economici e da un lungo confine poroso, Ankara teme un effetto domino, in particolare nelle regioni curde. La Turchia tenta di gestire un delicato processo di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), pur mantenendo un rapporto conflittuale con le Forze democratiche siriane, dominate dai curdi, nel nord della Siria. “Ankara spera in un indebolimento del potere iraniano, ma senza che ciò scateni forze centrifughe”, nota Kamrava.
Oltre i confini
Israele, al contrario, osserva gli eventi con palese soddisfazione. Senza impegnarsi per ora in un aumento delle tensioni, segue da vicino gli sviluppi, in coordinamento con Washington. “Lo stato ebraico apprezza le manifestazioni”, conferma Kamrava. “Non si tratta solo di indebolire il potere a Teheran, ma di frammentare l’Iran come entità territoriale. Tuttavia i leader politici israeliani sanno che esercitare un’ulteriore pressione sull’Iran potrebbe spingere i Guardiani della rivoluzione ad agire in modo imprevedibile, con conseguenze potenzialmente negative per lo stesso Israele”, avverte l’esperto.
Questa preoccupazione riguarda anche altri fronti. Le proteste in Iran si ripercuotono sull’intera rete regionale di Teheran. Da Hezbollah in Libano alle Forze di mobilitazione popolare in Iraq, passando per Hamas e gli huthi, questi gruppi dipendono in larga misura dal sostegno militare, finanziario e diplomatico iraniano. Adesso che la Repubblica islamica affronta le proteste al suo interno e la sua influenza regionale è sempre meno forte, s’impone una domanda: un regime alle prese con la rabbia della propria popolazione può ancora restare potente oltre i confini nazionali? ◆ adg
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati