Sullo scuolabus che porta nostra figlia di sette anni a scuola mettono il meglio della musica pop e trash contemporanea. Istintivamente vorremmo opporci ma ci chiediamo se invece sia giusto esporre i bambini alla cultura del loro tempo e non fare la parte dei genitori bacchettoni che propongono cose alternative (tra cui la musica) nella speranza di trasmettere dei valori. –Francesca e Stefano

Mi sono immaginato voi che organizzate una protesta alla fermata dello scuolabus con cartelli con su scritto: “Meno Annalisa e più Per Elisa !”. Oppure i bambini seduti nel bus che, sulle note della Canzone di Marinella , fissano vostra figlia pensando: “Sono stati i tuoi”. Una delle prerogative dei genitori è la possibilità di esporre i figli alla cultura di loro gusto. E quindi ci sono bambini nati nel 2020 che sanno a memoria le canzoni dello Zecchino d’oro o la sigla dei Barbapapà. E non lo dico per giudicare. Figuriamoci, i miei figli – che tra me, il mio ex marito e il mio compagno praticamente hanno tre padri gay – conoscono a memoria la maggior parte dei musical e tutta la discografia degli Abba. Per fortuna, però, i bambini non appartengono ai genitori e appena mettono un piede fuori casa, diventano figli del loro tempo. Ed è inutile chiedervi se sia giusto esporre vostra figlia alla cultura contemporanea, perché è un processo inevitabile già in atto. La genitorialità è un lungo addio: dal giorno in cui nascono, i figli si allontanano lentamente da noi e questo viaggio passa anche dalla musica. O, nel caso di vostra figlia, da Dargen D’Amico e Taylor Swift.
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Questo articolo è uscito sul numero 1553 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati