Sto raggiungendo, forse felicemente, quel periodo della vita in cui non riesco più ad anticipare tendenze culturali e/o di mercato in base alle intuizioni e ai sensori di cui credevo di essere dotata (cosa verrà dopo il matcha latte? Il barbabietola latte, a quanto pare, ma devo questa scoperta solo al proprietario del bar vicino a casa che cerca di portarsi in avanti sui tempi), né mi affanno a seguire delle tendenze imposte dall’alto trasformandomi in un’improbabile esegeta dei micro-fenomeni online. E così, quando un amico mi chiede cosa sta succedendo nel mondo delle traduzioni all’estero e quali lingue stanno venendo alla ribalta, la mia risposta è che a ottenere maggiore attenzione nei prossimi anni saranno soprattutto quelle dell’area mediterranea. Non è un’idea rivelatrice né straordinaria, si limita ad assecondare un movimento lento e persistente che dura da anni. Lo stesso movimento che ha accompagnato il percorso artistico di Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, dai Nu Guinea ai Nu Genea. Rispetto all’ormai leggendario Nuova Napoli e alla consacrazione di Bar Mediterraneo, con People of the moon riflettono con sofisticata leggerezza e un eclettismo sincero – che nasce dalla passione più che da un mandato intellettuale ben architettato – proprio una fiducia matura nei suoni del Mediterraneo interconnesso, creando canzoni che non possono avere lo scandalo della sorpresa ma sicuramente si distaccano dalla furbizia di chi ha cercato di imitare il loro modello funk ed etnologico senza metterci né i beat giusti né il cuore. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati




