Due sono le immagini retoriche ricorrenti per segnalare l’importanza di un disco: dire che è quello che ci si porterebbe su un’isola deserta, o quello che una donna o un uomo caduti sulla Terra sceglierebbero di portare via con sé per raccontare la bellezza raggiunta dalla civiltà umana. Per me la musica di Bono/Burattini risponde a entrambe le condizioni: è marziana e naufraga, si adatta a un bisogno privato di consolazione e familiarità, ma anche al desiderio di dirlo a tutti, di far sì che diventi importante per gli altri, magari in una cronaca interstellare. Non che ci sia un bisogno particolare della mia voce: che Francesca Bono e Vittoria Burattini siano una benedizione s’intuiva dal loro debutto con Suono in un tempo trasfigurato. Ma con Ora sono un lago accade qualcosa di particolarmente significativo, perché le architetture e i riferimenti colti si scarnificano ulteriormente fino ad assumere una qualità trascendente. È come guardare una cattedrale in un giorno di foschia, magari una cattedrale incendiata che continua a riempire l’aria di cenere, poi arriva l’umidità a trasformare la sua distruzione in sogno. Argenteo, esatto, crudele e accogliente, e dal potenziale epico: Acrobata per esempio è perfetta per raccontare la vita dei Fremen nel nuovo ciclo di Dune. Malgrado sia febbraio ho ragione di credere che Ora sono un lago, prodotto insieme a Francesco Donadello e in uscita per l’etichetta Maple Death il 6 marzo, sarà in alto nella mia sintesi di fine anno. Non è un album, è la rifrazione incantata di un unico gesto poetico. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati



