Washington, 5 febbraio 2026. Le proteste dopo i tagli annunciati al Washington Post. (Heather Diehl, Getty Images)

Un caso da manuale di autodistruzione quasi istantanea. Marty Baron, direttore del Washington Post tra il 2012 e il 2021, ha definito così l’ultimo colpo inferto al quotidiano statunitense dal suo stesso proprietario, Jeff Bezos. La scorsa settimana i manager del giornale hanno annunciato il licenziamento di 300 persone, più di un terzo della redazione. E lo hanno fatto con una certa brutalità. Lizzie Johnson, inviata di esteri, ha ricevuto la comunicazione dell’avvenuto licenziamento mentre era in una zona di guerra in Ucraina. Intere sezioni sono state chiuse, tra cui quella dei libri, non senza una qualche ironia se si pensa che la decisione è stata presa da uno che ha costruito la sua fortuna vendendo libri. Oggi la redazione è più piccola di quando Bezos ha comprato il giornale. Ogni ambizione editoriale del quotidiano, diventato famoso negli anni settanta per aver rivelato lo scandalo Watergate, è stata spenta. Il Washington Post era in crisi da anni, come del resto sono in difficoltà molti mezzi d’informazione, non solo cartacei, in tutto il mondo. E sicuramente aveva bisogno di interventi, anche radicali. Ma non di questo tipo. Perché quando cominciano i tagli, raramente la situazione migliora. La storia del New York Times, uscito da una crisi altrettanto grave investendo e rafforzando molto la redazione, dimostra che se invece c’è un progetto le cose possono andare diversamente. Dunque perché Bezos l’ha fatto? Probabilmente per togliere di mezzo un giornale che dà fastidio a Donald Trump. Perché di sicuro il suo problema non sono i soldi. Quando ha comprato il Wash­ington Post, nel 2013, Bezos lo ha pagato 250 milioni di dollari, la metà di quanto ha speso per Koru, il suo yacht da 125,8 metri. Sedici anni fa il suo patrimonio personale era di 25,2 miliardi di dollari. Oggi è di 245 miliardi. Per coprire le perdite che il giornale accumula in un anno, gli basterebbe quello che guadagna in un singolo giorno. Oppure un po’ più di quello che ha speso (75 milioni di dollari) per produrre e promuovere il documentario su Melania Trump. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 7. Compra questo numero | Abbonati