Il disprezzo è onnipresente, si diffonde dagli scambi di email di Jeffrey Epstein allo scandalo della nomina dell’ambasciatore britannico a Washington Peter Mandelson. Disprezzo per le donne e le ragazze, per la legge, per l’opinione pubblica. Un atteggiamento sdegnoso che lega Epstein alla nostra classe politica. L’altra cosa che li unisce è la ricerca del potere.

Il disprezzo non è un effetto collaterale di quel potere, ne è il cuore. Trattare come oggetti e violentare donne e ragazze è il culmine della potenza per chi ha già tutto il resto: soldi, status, rispetto. Sottomettere un essere umano alle proprie voglie significa essere ammessi a un club di superpredatori al di sopra della legge. Le email di Epstein dimostrano come la misoginia sia moneta corrente. Riferirsi alle donne come “pussy” (figa), o anche solo “p”, significa esibire la propria tessera di appartenenza al club.

C’è una somiglianza nel modo in cui Jeffrey Epstein e l’ex ambasciatore britannico Peter Mandelson conducevano i loro affari. Erano mercanti di favori

A rendere possibile tutto questo è stato un più esteso clima di disprezzo e impunità: un sistema di valori che, anche dopo la condanna di Epstein, non ha messo in discussione le sue relazioni personali, né ha impedito che i suoi amici fossero nominati a incarichi come quello di Mandelson, sotto inchiesta nel Regno Unito per aver trasmesso informazioni finanziarie riservate a Epstein quando faceva parte del governo di Gordon Brown.

Le persone coinvolte ricorrono alle stesse giustificazioni: non lo sapevamo, ci hanno mentito. Alcuni, forse, hanno creduto alle parole di un criminale condannato secondo cui la questione era un po’ più complicata di così; altri hanno preso per buone quelle di un uomo costretto due volte a dimettersi dal governo e che aveva continuato ad avere rapporti con Epstein anche dopo la condanna.

Ora che tutto è venuto alla luce, c’è il rimpianto. “La decisione di nominare Peter Mandelson è stata sbagliata”, ha dichiarato Morgan McSweeney nella sua lettera di dimissioni da capo di gabinetto del premier britannico Keir Starmer. Ma rimpiangere qualcosa significa suggerire che si sia trattato di uno sfortunato incidente. Quello che davvero si rimpiange è non aver capito che gli abusi contro le donne e le ragazze un giorno sarebbero stati presi sul serio.

Il modo in cui Epstein e Mandelson conducevano i loro affari si somiglia. Erano mercanti di favori e sapevano che certi accordi vanno rispettati, come risulta evidente dall’email in cui Epstein accusa Mandelson di prendere senza mai restituire. L’unico peccato punibile in questo mondo è che i favori si ricambiano.

Le vittime, la legge, l’opinione pubblica andavano tenute il più possibile alla larga. La rete di Epstein era pensata per aggirare le regole e proteggere chi ne faceva parte attraverso un sostegno reciproco, e questo spiega la vera natura di cos’è successo a Downing street al momento della nomina di Mandelson. Non si trattava di assicurarsi che a Washington ci fosse un uomo affidabile, ma piuttosto d’inviare qualcuno senza scrupoli in grado di coltivare relazioni trasversali.

Gli eufemismi usati dai mezzi d’informazione per descrivere quello che, in sostanza, è un talento per la corruzione dimostrano che il carattere discutibile di Mandelson era considerato il suo punto di forza. In un Partito laburista implacabile con il dissenso interno, un uomo di questo tipo si trova a suo agio in una cerchia per la quale il potere non è solo qualcosa da raggiungere, ma da accumulare. Nella nomina di Mandelson riecheggia la convinzione che chi è al potere può fare quello che vuole.

Ed è qui che arriviamo a Keir Starmer. Un primo ministro descritto come “uomo perbene”, che “si preoccupa davvero” delle vittime. O semplicemente un politico tradito da persone di cui non avrebbe dovuto fidarsi. La nomina dell’ambasciatore, però, non sarebbe stata possibile senza la sua decisione consapevole di mettere in secondo piano la gravità delle relazioni di Mandelson. Chi giustifica Starmer pensa che simili scelte politiche non siano soggette all’ingenua morale del mondo esterno. Si può definire la decisione di Starmer miope, imprudente, ma non priva di calcolo. Perché per la leadership del partito il valore di Mandelson pesava più della sua vicinanza con il più noto predatore sessuale di minorenni al mondo. E quindi pesava più delle vittime. Tutto qui.

Ed eccolo, Starmer, accecato dalla luce di un problema che dovrebbe rimanere gestibile. Ed ecco l’orrore putrido della vicenda, esposto in milioni di documenti, “fighe”, “troie” e giovani vittime. Ed ecco l’opinione pubblica, troppo informata per stare tranquilla. Ed ecco la responsabilità: arrivata troppo tardi per troppe persone, ma meglio tardi che mai. Ma ciò che ancora non ci riguarda, mentre una crisi politica travolge il governo, è una più ampia presa di coscienza del totale distacco della politica dai princìpi. È questo il frutto amaro di una cronica devozione verso i “grandi” e dell’ammirazione per la loro spietatezza nella ricerca del potere. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati