È una leggenda di corte. Va presa per quella che è: una favola sul re da sussurrare sperando che arrivi al maggior numero di persone, in modo da formare le masse. Ai tempi del suo splendore lo sceicco Zayed bin Sultan al Nahyan, carismatico fondatore degli Emirati Arabi Uniti, ogni venerdì convocava i suoi figli per parlare del regno e dell’arte di governare. Durante queste riunioni il patriarca, nato prima del miracolo petrolifero, nel rozzo universo dei beduini del deserto, spegneva il condizionatore. Per ricordare ai figli da dove venivano e inculcare in loro l’idea che serviva lavorare sodo per preparare il futuro, perché i benefici del petrolio non sarebbero durati per sempre.
Mohammed bin Zayed al Nahyan, 59 anni, ha imparato la lezione. Il terzo figlio dello sceicco Zayed ha in mano il destino di uno dei paesi più ricchi e più stabili del pianeta, un insieme di sette principati (Abu Dhabi, Dubai, Sharja, Ajman, Umm al Qaywayn, Ras al Khaima e Fujaira) incastonati nella parte meridionale della costa araba del golfo Persico. Sulla carta, è solo il principe ereditario e ministro della difesa dell’emirato-capitale, Abu Dhabi, una città di linee squadrate, che trasuda ordine e disciplina. Ma di fatto Mbz, com’è soprannominato, è l’uomo forte degli Emirati. Un gran signore dall’aspetto austero e dal profilo aquilino, il cui desiderio di restare nell’ombra cela una volontà di ferro e un’insaziabile fame di potere.
È lui l’ideatore, insieme al suo alleato numero uno, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, detto Mbs, della guerra contro i ribelli huthi nello Yemen, considerati il cavallo di Troia dell’Iran per aumentare la sua influenza nella regione. I due sono anche gli artefici del blocco del 2017 ai danni del Qatar, la penisola vicina agli Emirati accusata di sostenere gli islamisti. Inoltre in Egitto Mbz ha appoggiato l’ascesa del maresciallo-presidente Abdel Fattah al Sisi, che ha seppellito la rivoluzione del 2011. Mentre in Libia sostiene le ambizioni di un altro militare, il generale Khalifa Haftar, in guerra contro il governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale.
Le sue truppe sono attive dall’Afghanistan allo Yemen. I suoi diplomatici e lobbisti fanno la spola tra le capitali del mondo. L’ambasciatore emiratino negli Stati Uniti ha perfino assistito, alla fine di gennaio, alla presentazione del piano del presidente Donald Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese, segno del riavvicinamento delle monarchie del Golfo allo stato ebraico. Il reggente di Abu Dhabi è presente anche in Africa, e sempre di più: le armi in Libia, i porti nel corno d’Africa, i capitali in Mauritania, in Senegal, in Botswana e in Madagascar. I suoi tentacoli arrivano fino alla Trump Tower, la roccaforte newyorchese del presidente miliardario, dove il principe esercita una notevole influenza.
Il braccio e la mente
Questa diplomazia d’assalto si accompagna a un discorso progressista. Davanti ai suoi visitatori stranieri il condottiero emiratino promuove la tolleranza, l’ecumenismo e il dialogo tra culture. Valori incarnati dal Louvre Abu Dhabi, brillante importazione di un simbolo dello spirito francese. Mohammed bin Zayed si è anche distinto accogliendo nel febbraio del 2019 Jorge Mario Bergoglio, primo papa cattolico a mettere piede nella penisola arabica, culla dell’islam.
Un uomo che padroneggia a tal punto i codici culturali dell’occidente non può essere intrinsecamente cattivo. I funzionari statunitensi ne sono affascinati. In Francia il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian, interlocutore occidentale preferito di Mbz, è un suo fan sfegatato; il presidente Emmanuel Macron comunica con il principe attraverso un sistema di messaggistica protetto. In un Medio Oriente a pezzi, da cui gli Stati Uniti si stanno allontanando, il leader degli Emirati appare come un politico d’esperienza e con un futuro promettente. Il suo paese è un faro di stabilità in una regione drammaticamente instabile. Mbz ha l’opportunità di rimodellare l’area secondo il suo credo personale: ostilità a qualunque esperienza democratica, avversione all’islam politico, rifiuto dell’espansionismo iraniano, allontanamento dalla Turchia del presidente Recep Tayyip Erdoğan e tendenza favorevole a Israele.
Il saudita Mohammed bin Salman e l’egiziano Abdel Fattah al Sisi lo affiancano in questo grande progetto. Ma non lasciatevi ingannare: in questo trio l’Egitto (con i suoi cento milioni di abitanti) rappresenta il braccio, l’Arabia Saudita il portafogli e gli Emirati la mente. “È Mbz a definire la strategia”, assicura un diplomatico. “È sempre un passo avanti agli altri”. Il monaco guerriero di Abu Dhabi è diventato il leader più potente del mondo arabo, l’unico ad avere uno sguardo ampio e lungimirante. Il momento di Mbz è arrivato.
Non era scontato. Considerata la linea di discendenza, il principe Mohammed non poteva essere designato delfino dello sceicco Zayed. Il titolo di erede e il controllo sul petrolio, la macchina da soldi del paese, spettavano a Khalifa, primogenito dello sceicco e della prima moglie. Così mentre Khalifa si preparava agli incarichi più alti, alla fine degli anni settanta Mohammed si formava all’Accademia reale militare di Sandhurst, nel Regno Unito, tappa obbligata per gli apprendisti sovrani del Golfo. Al suo ritorno, entrò nella guardia nazionale emiratina, poi nell’aeronautica, di cui assunse la direzione a metà degli anni ottanta.
Questo fu il suo trampolino di lancio. A colpi di imponenti acquisti di caccia Mirage 2000 e F-16, rese l’aeronautica emiratina la prima del mondo arabo. Una commessa dopo l’altra, Mbz accumulò un bel bottino grazie al sistema degli offset. Questo meccanismo obbliga i venditori di armi a reinvestire nel paese compratore l’equivalente di una quota del contratto, in genere sotto forma di catene di montaggio per gli equipaggiamenti acquistati. Ma chi vendeva ad Abu Dhabi aveva l’obbligo di creare, con un fondo a maggioranza emiratina, una società in un settore di sua scelta, con l’unica condizione che diventasse redditizia entro una scadenza concordata. Questo espediente permise di creare un’economia ad Abu Dhabi, benedetta dal petrolio ma con un complesso d’inferiorità nei confronti del genio commerciale della vicina Dubai. Tutte le partecipazioni emiratine ottenute dagli offset furono raggruppate nel fondo Mubadala. Con questa cassaforte Mbz finanziò la sua ascesa, guadagnandosi l’autonomia dal fratellastro Khalifa.
Nel 1993 arrivò alla testa delle forze armate. La rivalità con il principe ereditario si intensificò. Le tensioni si cristallizzarono intorno al progetto Dolphin, un gasdotto tra il Qatar e Dubai, pagato dal fondo Mubadala ma a cui Khalifa si opponeva. “Mbz era convinto di essere il figlio preferito di Zayed e che il potere gli spettasse di diritto”, racconta un conoscitore della famiglia reale. “Si dice che una volta al circolare di voci sulla morte di Zayed, Mbz aveva tentato di mettere da parte Khalifa, e suo padre si era infuriato”. Appena prima della sua morte, per riportare la pace in famiglia Zayed nominò Mbz vice principe ereditario di Abu Dhabi, avvicinandolo così alla presidenza degli Emirati. Quando lo sceicco si spense il 2 novembre 2004, a 86 anni, la successione avvenne senza inciampi.
L’ora della vendetta
Per Mbz la minaccia non veniva da Khalifa. Il nuovo capo di stato era di salute cagionevole e poco carismatico. Il pericolo arrivava piuttosto da Dubai, l’altra locomotiva degli Emirati. L’emiro locale, Mohammed bin Rashid al Maktum, era all’apice della gloria. Continuando ed espandendo l’opera del padre, aveva fatto del piccolo porto della “costa dei pirati” un hub internazionale, un marchio globale che faceva sognare il mondo. Le torri più alte, i lungomare più lussuosi, i centri commerciali più sgargianti: niente era troppo bello o troppo grande per Dubai, che era riuscita a far convivere il velo e il bikini. Nell’emirato furono perfino costruite delle isole e una pista da sci artificiali.
I Nahyan, componenti della famiglia reale di Abu Dhabi, erano irritati da tutto questo splendore, che disprezzavano e allo stesso tempo invidiavano. Inoltre sospettavano che Mohammed bin Rashid, anche detto sceicco Mo, avesse ambizioni politiche. Poi arrivò la provvidenziale crisi finanziaria del 2008. Il settore immobiliare di Dubai, pesantemente indebitato, crollò. Il resto dell’economia della città collassò. Gli stranieri fuggirono dal paese abbandonando le auto all’aeroporto, per paura di essere arrestati a causa delle fatture non saldate.
Per Abu Dhabi era l’ora della vendetta. I suoi governanti salvarono dal fallimento Dubai ma pretesero qualcosa in cambio. “Nell’accordo di salvataggio imposero una clausola segreta in base alla quale la famiglia Al Maktum rinunciava alla presidenza degli Emirati Arabi Uniti, che secondo il patto fondativo del 1971 doveva essere assunta a turno”, afferma un ex diplomatico di stanza ad Abu Dhabi. Simbolo definitivo dell’umiliazione dello sceicco Mo, la torre di Dubai, la più alta mai costruita (828 metri), cambiò nome il giorno della sua inaugurazione, il 4 gennaio 2010. Fu chiamata torre Khalifa.
Un secondo colpo di fortuna permise a Mbz di diventare il numero uno. Nel gennaio del 2014 Khalifa ebbe un ictus e cadde in uno stato semivegetativo. Mbz, che già ricopriva incarichi di grande responsabilità, aveva mano libera. Sua madre, la discreta Fatima, terza moglie dello sceicco Zayed e a quanto pare la sua preferita, trionfò. La donna, che non è mai apparsa in foto e si dice giri in città con il viso coperto da una tradizionale maschera di pelle, da tempo tramava in favore dei suoi sei figli, soprannominati i Fatimidi. “Ha escluso dalla vita pubblica tutti i rappresentanti degli altri rami della famiglia Nahyan che avrebbero potuto fare ombra alla sua progenie”, testimonia un frequentatore della corte. “Ha agito con il pugnale e la cicuta, dietro le mura del palazzo. Tra i suoi figli non c’è rivalità, e se anche avessero voluto litigare, lei gliene avrebbe fatto passare la voglia”.
Gli altri cinque Fatimidi sono di una fedeltà assoluta nei confronti del fratello maggiore. Hamdan, ex vicepremier, governa una provincia nell’ovest; Hazza guida il governo dell’emirato di Abu Dhabi; Tahnun, consigliere per la sicurezza nazionale, controlla i servizi segreti e fa il lavoro sporco; Mansur, proprietario della società calcistica britannica Manchester City, è vicepremier degli Emirati e gestisce gli affari di famiglia; e il minore, Abdallah, è ministro degli esteri. Il sistema di governo familiare messo in piedi da Mbz include anche suo figlio Khaled, nominato capo della sicurezza di stato, il più importante servizio di intelligence.
Nel cerchio più ristretto ci sono anche tecnocrati di alto livello, come il sultano Al Jaber, capo della Adnoc, la compagnia petrolifera nazionale, e Khaldun al Mubarak, dirigente del fondo Mubadala. Queste persone esterne alla famiglia reale devono tutto a Mbz. “Non ha più rivali, è lui il capo incontrastato, anche negli altri emirati”, rivela un funzionario occidentale che lavora in un’organizzazione governativa. “Ha una capacità e un’etica del lavoro molto forti. Dà energia al sistema. I ministri fanno a gara per primeggiare davanti al grande capo”.
Senza scrupoli
Quando Mbz prese il potere all’inizio del 2014 la situazione, però, non era delle migliori: prezzo del petrolio in caduta, dissapori con gli Stati Uniti di Barack Obama, caos seguito alla primavera araba, cospirazioni iraniane, aumento dell’influenza del Qatar. Gli Emirati si sentivano una fortezza assediata. Instancabile riparatore degli strappi tra i paesi arabi, il patriarca Zayed probabilmente avrebbe reagito con il dialogo. Mbz, militare per formazione, non ebbe scrupoli a usare la forza.
Del resto appartiene alla seconda generazione di monarchi del Golfo. Non quella dei capi tribù arrivati a guidare città-stato ricchissime dopo lo shock petrolifero del 1973, ma quella degli eredi, traumatizzati dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein nell’agosto del 1990 e dall’umiliante richiesta di aiuto agli Stati Uniti. Senza rinnegare la protezione statunitense, Mbz è convinto che le monarchie del Golfo possano contare solo su se stesse per la loro sicurezza. “È un vero condottiero”, afferma un diplomatico. “Il suo motto è: si vis pacem, para bellum; se vuoi la pace, prepara la guerra”.
Al momento dell’indipendenza degli Emirati nel 1971, quando Mbz aveva dieci anni, l’Iran si era impossessato di tre isole: la grande Tunb, la piccola Tunb e Abu Musa, nel golfo Persico. Per gli Emirati era la conferma che la minaccia del gigante iraniano (80 milioni di abitanti) incombeva sulla piccola federazione (10 milioni di abitanti, di cui il 90 per cento lavoratori immigrati). La diffidenza verso Teheran è un’ossessione per Mbz. È convinto – non completamente a torto – che la Repubblica islamica voglia prendere il controllo del mondo arabo-musulmano.
Ma la sua altra bestia nera sono i Fratelli musulmani. Ha decapitato il movimento Al Islah, ramo emiratino dell’organizzazione, incarcerando i suoi leader, e sostiene chiunque si batta contro questa organizzazione nel mondo arabo. “Mbz è convinto che il gruppo Stato islamico sia un prodotto dei Fratelli musulmani”, racconta uno dei suoi ospiti stranieri. “E paragona la sua strategia alle guerre di religione in Europa. ‘Voi le avete avute, noi ci siamo dentro fino al collo’, ripete. Vuole depoliticizzare l’islam, farne uno strumento dello stato contro l’estremismo”. Ma non è stato sempre così. Uno dei precettori di Mbz era affiliato ai Fratelli musulmani. Faceva parte di quella schiera di insegnanti e giuristi egiziani, spesso votati alla causa islamista, che gli Emirati, stato giovane privo di funzionari, avevano reclutato negli anni settanta. Così durante l’adolescenza Mohammed si appassionò alle idee del movimento. Qualche bastonata paterna gli fece cambiare idea. Poi la scoperta negli anni novanta dell’influenza esercitata dai Fratelli egiziani sui ministeri dell’istruzione e della giustizia, considerata eversiva, spinse i leader di Abu Dhabi a irrigidire la loro posizione.
Pugno di ferro
Gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, a cui parteciparono anche due cittadini degli Emirati, spinsero ancora di più Mbz contro l’islam politico. “La rottura definitiva si consumò nel 2003”, racconta il politologo Kristian Ulrichsen, esperto di Golfo. “Mbz incontrò i leader di Al Islah per chiedergli di mettere fine a qualunque attività politica. Le trattative durarono mesi, ma alla fine il movimento rifiutò. Mbz ne concluse che i Fratelli musulmani rappresentavano una minaccia per il paese e per la sua autorità”.
Ma la repressione non colpì solo i “barbuti”. Dopo la primavera araba del 2011, che fece sudare freddo tutti i monarchi del Golfo, gli Emirati si trasformarono in uno stato di polizia. Sorveglianza digitale, stampa imbrigliata, telecamere ovunque. Le voci critiche furono imbavagliate; alcuni, come l’attivista per i diritti umani Ahmed Mansour, finirono in carcere. Con il pugno di ferro di Mbz gli Emirati si misero a capo dell’asse controrivoluzionario nel mondo arabo.
La vittoria più spettacolare del principe ereditario fu il colpo di stato di Al Sisi nel luglio del 2013 contro il presidente islamista Mohammed Morsi, primo leader democraticamente eletto della storia dell’Egitto (morto poi in carcere nel 2019). Una manovra sostenuta e molto probabilmente finanziata da Abu Dhabi. Mbz prese così una doppia rivalsa, sui Fratelli musulmani e su Obama, colpevole di aver abbandonato il suo alleato Hosni Mubarak, il dittatore egiziano rovesciato nel 2011 dalla rivolta di piazza Tahrir al Cairo.
Anche la guerra nello Yemen, lanciata nel 2015, si è tramutata in un fiasco
Nel 2013 il presidente statunitense sembrava deciso a mettere alla prova il suo partner emiratino. A settembre diede il via libera a un piano per eliminare le sanzioni commerciali contro l’Iran in cambio della sospensione del suo programma nucleare. Washington lasciò anche che Teheran difendesse il suo alleato, il presidente siriano Bashar al Assad, di fronte a un’insurrezione armata che Damasco combatteva a colpi di armi chimiche, senza che gli Stati Uniti reagissero come avevano promesso. I monarchi del Golfo erano nel panico: la Repubblica islamica poteva riempire di nuovo le sue casse e quelle delle milizie nella regione, braccio armato della sua politica di espansionismo. Per Mbz, lo scudo degli Stati Uniti non funzionava più. Bisognava influenzare chi lo teneva.
Nei corridoi del potere
Il principe prese contatti con Donald Trump senza neppure aspettare il suo insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017. Durante l’inchiesta sulle interferenze russe nella corsa alla presidenza statunitense, il procuratore indipendente Robert Muller ha indagato su un misterioso incontro organizzato l’11 gennaio 2017 alle Seychelles tra funzionari emiratini, alcuni stretti collaboratori di Trump e un emissario del presidente russo Vladimir Putin. Già durante la campagna elettorale l’intermediario libanese-statunitense George Nader, uno di quei personaggi che lavorano nell’ombra e che piacciono tanto a Mbz, aveva avvicinato Trump. Qualche mese dopo, la violazione della casella di posta elettronica dell’ambasciatore degli Emirati a Washington – una fuga di notizie ordita da un misterioso sito russo, sospettato di essere un account finto legato al Qatar – ha rivelato la portata dell’influenza di Abu Dhabi nei corridoi del potere statunitensi.
La propensione di Mbz a intromettersi negli affari degli altri paesi si è vista anche in Francia, dove il partito di estrema destra Front national ha beneficiato della sua generosità. E in India, dove il premier Narendra Modi, nonostante la sua politica contro i musulmani, gode dell’incrollabile appoggio di Abu Dhabi. La simpatia di Mbz per i leader autoritari, ostili all’islam politico e poco sensibili allo stato di diritto e alla protezione delle minoranze, è evidente. L’unico “uomo forte” che gli è sgradito è il turco Erdoğan, troppo islamista.
Con Trump al potere, Mbz ha potuto dare libero sfogo alla sua arroganza. Ha spinto la nuova amministrazione statunitense a uscire dall’accordo sul nucleare iraniano e a ripristinare le sanzioni contro Teheran, irrigidendole. In cambio appoggerà il “piano di pace” di Trump, buttandosi alle spalle l’impegno di suo padre per la causa palestinese.
Anche l’embargo contro il Qatar, deciso nel 2017, è un prodotto dell’era Trump. Il sovrano di Doha, Tamim al Thani, ha la sfortuna di essere in buoni rapporti con Teheran e di avere relazioni con alcuni gruppi islamisti. Fatto intollerabile per Mbz. Oltre a troncare tutti i rapporti economici e diplomatici con l’odiato vicino, il leader degli Emirati ha lanciato una gigantesca operazione per entrare negli smartphone di centinaia di persone considerate amiche del Qatar, tra cui diversi giornalisti occidentali.
Ma queste pressioni e macchinazioni non sono durate a lungo. Il Pentagono e il dipartimento di stato hanno fatto capire a Trump, inizialmente sedotto dall’attacco al Qatar, che sarebbe stato controproducente abbandonare il paese che ospita il più grande quartier generale delle forze statunitensi in Medio Oriente. In poche settimane Doha ha trovato il modo di aggirare il blocco commerciale, e il porto di Dubai ci ha rimesso, perdendo i ricchi clienti qatarioti. È stato uno smacco, ma il leader emiratino non cede: questo è un altro aspetto della sua personalità. “È molto calmo, razionale, parla lentamente, è indubbiamente un uomo di stato”, osserva un diplomatico. “Ma è anche estremamente sicuro di sé, convinto di avere ragione, non sopporta di essere contraddetto né tollera le sfumature: o sei con lui o sei contro di lui”.
Anche la guerra nello Yemen, lanciata nel 2015, si è tramutata in un fiasco. Un fallimento militare accompagnato da una catastrofe umanitaria. Abu Dhabi, le cui truppe sono impegnante sul terreno (a differenza di quelle dell’alleato saudita), se l’è comunque cavata meglio di Riyadh. Combinando alleanze a volte contro natura con i separatisti del sud o con alcune forze salafite, gli Emirati sono riusciti a installarsi nel sud del paese e a prendere il controllo dell’isola di Socotra e del porto di Aden, che domina l’accesso al mar Rosso e all’oceano Indiano. Questa strategia ha avuto un costo umano molto alto tra le forze emiratine, soprattutto degli Emirati del nord, i più poveri della federazione. Mbz ha dovuto far visita alle famiglie delle vittime per evitare che il malcontento si diffondesse nel paese, abituato a tempi più tranquilli.
In questa guerra Mbz ha stretto l’alleanza con Mohammed bin Salman, il giovane principe ereditario dell’Arabia Saudita, l’uomo che ha concesso alle donne di guidare, che ha invitato nel regno le star della musica elettronica e che vuole uscire da un’economia basata sul petrolio. Il signore di Abu Dhabi sostiene questo programma modernizzatore, che del resto s’ispira apertamente al modello di sviluppo degli Emirati, basato sulla separazione tra l’emancipazione culturale e sociale e quella politica. Sì all’intrattenimento e alla libertà di culto, no al diritto di voto e alla libertà di espressione.
Tra i due principi, Mbz è il mentore, il fratello maggiore paziente e magnanimo. Per raggiungere i suoi obiettivi deve chiudere gli occhi davanti ai peggiori scivoloni del suo giovane pupillo, come il sequestro dell’ex premier libanese Saad Hariri e l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. “Mbz vuole esportare il modello emiratino, rendendolo un riferimento per il mondo musulmano”, nota un osservatore esperto della politica locale. “Nella sua mente, è una nuova nahda”, aggiunge, riferendosi al movimento di rinascita culturale e intellettuale che attraversò il mondo arabo alla fine dell’ottocento. Strano rinascimento questo, accompagnato da sorveglianza di massa, losche manovre, una sfrenata opera di lobbismo e violazioni continue dei diritti umani.
Strada spianata
Mbz non è ancora ufficialmente il presidente della federazione, e neanche l’emiro di Abu Dhabi. Ma questo non gli impedisce di preparare già la sua successione. Sultan, il primogenito di Khalifa, che è ancora ufficialmente il capo dello stato, è escluso dalla vita pubblica.
Tra i fratelli di Mbz, i famosi Fatimidi, Hazza aspira alla nomina, ma è l’unico a crederci. Mansour, immensamente ricco e molto intelligente, ha sposato la figlia dello sceicco di Dubai, che è tanto un vantaggio quanto un inconveniente. Il suo coinvolgimento in uno scandalo di appropriazione indebita in Malesia ne ha offuscato la fama. In realtà, la maggior parte degli osservatori ritiene che Mbz stia preparando suo figlio Khaled, per trasferirgli il potere quando sarà il momento. Cioè, tra molto tempo. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1361 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati