Con la libera circolazione delle persone le grandi aziende fanno arrivare lavoratori stranieri a basso costo che penalizzano gli svizzeri. È quello che sostiene l’Unione democratica di centro (Udc), il partito politico che ha lanciato “l’iniziativa per la limitazione”, un referendum per ridurre la circolazione nel paese dei lavoratori provenienti dall’Unione europea. I cittadini svizzeri si pronunceranno sul quesito il 27 settembre. A prima vista l’argomento può sembrare plausibile: se arrivano più persone nel paese, aumenta la concorrenza con gli abitanti del posto e gli stipendi subiscono una pressione verso il basso. Ma è davvero così? Lo studio di un gruppo di economisti, che probabilmente sarà pubblicato nella prestigiosa American Economic Review, mette in discussione questa tesi. In Svizzera, grazie all’accordo firmato il 21 giugno 1999 con l’Unione europea e i paesi dell’Aels (un’organizzazione per il libero scambio e l’integrazione economica di cui, oltre alla Svizzera, fanno parte l’Islanda, il Liechtenstein e la Norvegia), è stata introdotta la libera circolazione dei pendolari transfrontalieri. Dal 2004, inoltre, le aziende hanno avuto la libertà di assumere queste persone come se fossero cittadini svizzeri. Negli ultimi vent’anni il numero di pendolari trans­frontalieri è più che raddoppiato: oggi sono 330mila. Tra il 2004 e il 2010 il loro tasso di occupazione nelle regioni di confine è aumentato di 10 punti percentuali. Nelle regioni più interne non ci sono stati particolari effetti.

Per il gruppo di ricercatori, guidato da Andreas Beerli e Michael Siegenthaler, dell’Economic research center del politecnico di Zurigo, è stato un colpo di fortuna, perché è stato possibile osservare, quasi come in laboratorio, lo sviluppo dei salari e dell’occupazione nelle regioni frontaliere rispetto al resto della Svizzera. Se la tesi dell’Udc fosse corretta, ci si dovrebbe aspettare una riduzione dei salari in quelle aree di confine. Ma i numeri dicono che in media l’occupazione e gli stipendi della popolazione locale non sono diminuiti. Al contrario, gli svizzeri più qualificati hanno perfino beneficiato della presunta concorrenza: i loro salari sono aumentati del 5 per cento in più rispetto a quelli delle regioni interne.

Losanna, Svizzera, 11 maggio 2020 (Fabrice Coffrini, Afp/Getty)

Come si spiega tutto questo? Beerli ricorda che prima della liberalizzazione nei settori basati sulla conoscenza, come l’informatica o la farmaceutica, le leggi sull’immigrazione e la carenza di lavoratori qualificati ostacolavano lo sviluppo. Dopo il 1999, invece, è stato possibile assumere personale specializzato straniero. Così gli investimenti e la ricerca sono aumentati progressivamente, con risultati evidenti: le aziende più vicine al confine hanno depositato più brevetti rispetto a quelle delle aree interne. Inoltre, l’accesso al personale qualificato ha anche stimolato la nascita di nuove imprese.

Quando le aziende crescono o ne spuntano di nuove, servono anche più dirigenti, ruoli che secondo i ricercatori sono spesso rivestiti dagli svizzeri. Ecco come si spiega l’aumento percentuale dei loro stipendi. Finora, insomma, la liberalizzazione non è stata un gioco a somma zero: grazie alle nuove politiche migratorie le aziende che avevano raggiunto il limite del loro sviluppo hanno potuto trovare i dipendenti di cui avevano bisogno per crescere.

Due terzi dei nuovi pendolari trans­frontalieri sono altamente qualificati, possiedono cioè una laurea o il diploma di un istituto parauniversitario. Ma cosa succede agli stipendi dei lavoratori meno qualificati? Lo studio non arriva a una conclusione certa, dato che la distinzione tra i lavoratori qualificati e gli altri può essere registrata solo in modo approssimativo. Beerli, tuttavia, è certo che da un punto di vista statistico non ci siano stati effetti negativi sull’occupazione o sui salari neanche in questa categoria.

Da sapere
Le frontiere del lavoro
Lavoratori transfrontalieri in Svizzera, per paese di provenienza, migliaia (fonte:ufficio federale di statistica)

Spesa in cambio di servizi

La libera circolazione dei pendolari trans­frontalieri è stata una sorta di stress test leggero, dal momento che riguarda persone che non vivono in Svizzera e quindi consumano e richiedono poco al paese ospitante. Con gli immigrati “reali” il discorso cambia, perché gli immigrati spendono soldi sul posto e chiedono in cambio dei servizi, stimolando l’economia locale. Anche se lo studio prende in esame esclusivamente i pendolari transfrontalieri, alcuni modelli possono essere applicati oltre questa categoria. Ormai gli immigrati hanno in media qualifiche professionali più alte rispetto al passato: intorno al 1980, spiega Beerli, meno del 20 per cento degli immigrati aveva un titolo universitario, mentre oggi i laureati sono più del 50 per cento. Solo un quinto degli immigrati ha scarse qualifiche professionali. La situazione si è praticamente rovesciata. Questo perché da un lato il livello d’istruzione nei paesi di origine è aumentato, dall’altro sono le aziende svizzere a chiedere ai dipendenti stranieri qualifiche sempre più alte. Secondo Beerli, la domanda è il vero motore della migrazione, una tendenza che si era manifestata anche prima dell’accordo di libera circolazione con l’Unione europea.

Se si guarda al portafogli, la libertà di movimento per i lavoratori transfrontalieri non ha danneggiato nessuno, anzi, ha avvantaggiato la popolazione locale più qualificata. Eppure, lo scetticismo nei confronti dei migranti nelle regioni vicine al confine è aumentato. In questi anni gli elettori dei partiti critici verso gli immigrati, come l’Udc, sono cresciuti del 5 per cento. Cosa ha provocato questo aumento? La (temuta) concorrenza sul mercato del lavoro? O forse lo “stress da densità”, cioè la paura che le infrastrutture e l’ambiente siano messe sotto pressione? Il gruppo di ricercatori guidato da Beerli ha appena cominciato a confrontarsi con queste domande. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1372 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati