Il 16 gennaio il primo ministro canadese Mark Carney ha annunciato accordi con la Cina sui dazi doganali reciproci e sull’importazione di auto elettriche. Lo ha fatto durante una visita a Pechino che segna l’avvio di un partenariato dopo anni di tensioni: le relazioni sinocanadesi si erano fortemente deteriorate nel 2018 dopo l’arresto in Canada, su richiesta degli Stati Uniti, di una dirigente dell’azienda cinese Huawei, seguito dall’incarcerazione di due cittadini canadesi in Cina, accusati di spionaggio.

Dall’estate del 2024, sempre su pressioni degli Stati Uniti, lo scontro si era spostato dal fronte diplomatico a quello commerciale, con l’imposizione di dazi sulle auto elettriche e sull’acciaio cinesi. E ritorsioni di Pechino sui prodotti agricoli canadesi, tra cui la colza, che ha un ruolo importante per l’alimentazione e i biocarburanti, di cui il Canada è uno dei principali produttori mondiali.

Ora il paese nordamericano autorizzerà l’ingresso di 49mila auto elettriche prodotte in Cina, con dazi del 6,1 per cento, il livello in vigore prima di una serie di misure di ritorsione decise da Ottawa e Pechino. “Il Canada si aspetta che la Cina riduca i dazi sulla colza entro il 1 marzo”, ha dichiarato Carney, che ha ribadito la necessità di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, raddoppiando entro il 2035 le esportazioni verso paesi terzi.

L’accordo tra Pechino e Ottawa è un effetto dei profondi cambiamenti nelle relazioni alla base dell’economia globalizzata. Lo stesso Carney a Pechino ha dichiarato: dalla ultima visita di un premier canadese in Cina “il mondo è cambiato molto. Credo che il progresso fatto con questa partnership si adatti molto bene al nuovo ordine mondiale”.

Carney si riferiva soprattutto alla rottura del vecchio ordine provocata dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, che in questi mesi ha stracciato tutte le alleanze, preferendo la forza del ricatto e delle minacce economiche e militari alla collaborazione e al diritto internazionale. Gli esempi sono innumerevoli: dall’uso di dazi come mezzo di pressione o rappresaglia su altri governi alla rimozione di Nicolás Maduro in Venezuela fino alle mire di conquista della Groenlandia.

Questo ha spinto il Canada a riavvicinarsi a paesi, come la Cina, che non rappresentano certo un alleato ideale, visto i suoi obiettivi di potenza e dominio nel campo politico ed economico. Carney, che intanto ha stretto accordi anche con il Qatar, ha spiegato che le sue mosse sono una risposta pragmatica alla realtà. E ha ribadito le sue convinzioni il 20 gennaio nel suo intervento al Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera.

“Per decenni paesi come il Canada hanno prosperato sotto il cosiddetto ordine internazionale basato sul diritto”, ha detto. “Ha partecipato alle sue istituzioni, ha condiviso i suoi principi. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale era in parte falsa, che i più forti potevano sempre sottrarsi al diritto, che le regole del commercio erano applicate in modo disuguale in base a chi era l’accusato o alla forza della vittima. Ma quella finzione era utile, perché l’egemonia statunitense garantiva cose come rotte marine libere, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e meccanismi per risolvere le controversie. Tutto questo non c’è più. Stiamo assistendo a una rottura, non a una transizione”.

I cambiamenti in corso nell’ordine mondiale sono confermati da alcuni dati pubblicati nei giorni scorsi da Bloomberg. Si tratta dei flussi d’investimento che circolano intorno alle due principali potenze mondiali, gli Stati Uniti e la Cina. Mentre il governo statunitense si ritira dal mondo attirando investimenti e fabbriche nel suo territorio, Pechino cerca di inserirsi nel vuoto lasciato dagli americani.

La legge del più forte

I numeri sono evidenti: secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nella prima metà del 2025 il valore degli investimenti cinesi verso il resto del mondo ha superato quelli provenienti dagli Stati Uniti, raggiungendo il 10 per cento del totale globale; allo stesso tempo gli Stati Uniti hanno assorbito un quinto di tutti gli investimenti in entrata. Di tutto questo ne fa le spese l’Unione europea: l’Ocse infatti stima che l’area ha registrato un calo degli investimenti in entrata del 45 per cento rispetto all’ultimo semestre del 2024.

Il tentativo del Canada di adattarsi a un mondo predatorio dominato dalla legge del più forte è una scommessa rischiosa ma probabilmente necessaria se non si vuole diventare vassalli di una superpotenza o addirittura essere annessi dagli Stati Uniti, come vorrebbe Trump. Insomma, come ha sottolineato l’ex diplomatico canadese Michael Kovrig, “la realtà di questi tempi è che è necessario gestire relazioni con più potenze tutt’altro che amiche. Questo non significa che bisogna affidarsi totalmente a un’altra potenza perfino più ostile”.

Tutti hanno capito che ormai gli Stati Uniti, ha scritto Martin Wolf sul Financial Times, sono inaffidabili come alleati. “All’interno hanno messo a rischio lo stato di diritto, la stabilità di bilancio, l’indipendenza della banca centrale e la fiducia nella scienza. A livello internazionale hanno dichiarato guerra a qualunque istituzione, in particolare all’Unione europea; hanno reso irrilevante l’Organizzazione mondiale del commercio e hanno distrutto la cooperazione sul clima e sulla sanità. Non a caso hanno deciso di ritirarsi da 66 organizzazioni, tra cui 31 agenzie delle Nazioni Unite”.

Al forum di Davos, Scott Bessent, il segretario al tesoro degli Stati Uniti, ha osservato con l’arroganza tipica dell’amministrazione Trump: “Esorto tutti a sedersi, prendere un respiro profondo e lasciare che le cose si svolgano. La cosa peggiore che i paesi possano fare è esacerbare la situazione contro Washington. Quello che il presidente Trump sta minacciando sulla Groenlandia è molto diverso rispetto agli altri accordi commerciali. Quindi esorto tutti i paesi a rimanere con gli accordi commerciali che abbiamo concordato”. Assistere inerti a tutto questo, sperando che il mondo si adegui senza gravi conseguenze, potrebbe essere un grave errore.

Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.

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