Da più di vent’anni il cimitero militare germanico del passo della Futa sull’Appennino tosco-romagnolo, dove sono sepolti più di trentamila soldati della Wehrmacht caduti sulla Linea gotica, è il palco scelto da archiviozeta, la compagnia fondata da Gianluca Guidotti ed Enrica Sangiovanni, per mettere in scena i classici del novecento. Dopo La montagna incantata _di Thomas Mann, il 25 luglio debutta la seconda e ultima parte del _Processo di Franz Kafka (la prima era già in scena nel 2025). Ogni cosa si può vedere nell’arco di due giornate fino al 23 agosto, con la luce sui gradoni e le lapidi nella cripta. La scelta drammaturgica (una delle ragioni del premio Ubu 2024) è ogni volta radicale: qui l’identità di Josef K. non è fissa, passa come un’anima tra gli attori in scena, una deposizione collettiva. La ragione per salire fino alla Futa è questa tensione tra testo e luogo: riflettere sulla colpa, sulla burocrazia dello sterminio, camminando tra i caduti nazisti significa immaginare di sedere tutti sul banco degli imputati, immedesimarsi in un’umanità indifferente nella prefigurazione totalitaria che Kafka aveva visto prima di chiunque. In un’estate di festival che spesso confondono il teatro con l’intrattenimento diffuso, la Futa resta un pellegrinaggio laico, un rito culturale per dirla con i registi. Ci si deve un po’ organizzare, prenotare sul sito archiviozeta.eu, e andarci in macchina, o a piedi lungo la Via degli Dei, magari come tappa di un pellegrinaggio anche più lungo. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati