Spesso capita che un artista o un fotografo sia ricordato per un progetto in particolare. Non si sa bene perché, ma quel lavoro nel tempo assume più importanza degli altri, è più apprezzato, s’impone come sinonimo di tutta la sua opera. È un po’ quello che è successo a Nicholas Nixon con la serie The Brown sisters. Il fotografo, nato a Detroit, in Michigan, il 27 ottobre 1947, incontrò Bebe Brown nel 1970. Un anno dopo si sposarono. Brown aveva vent’anni e da quel momento ha avuto un ruolo centrale nella vita e nella carriera artistica del marito. Nixon aveva fatto studi letterari e si appassionò alla fotografia mentre lavorava in una libreria, dove scoprì il lavoro di Henri Cartier-Bresson e di altri grandi autori. Dopo un master in fotografia all’università del New Mexico, nel 1974 scattò la prima foto di una serie che si sarebbe arricchita ogni anno di una nuova immagine: le quattro sorelle Brown in posa una accanto all’altra.

All’epoca Nixon si dedicava soprattutto alla fotografia di paesaggio e non era interessato a ritrarre le persone. “In pratica questa serie è nata dalla noia. Il fine settimana andavamo sempre a trovare i genitori di Bebe e c’erano anche le sue sorelle. Mimi aveva 15 anni, Laurie 21, Heather 23 e Bebe 25. Era tutto molto formale. Con tutte avevo una certa complicità e per interrompere quella situazione ripetitiva che non ci piaceva molto, lanciai l’idea: ‘E se per passare il tempo ci facessimo una foto?’”.

Quella volta il fotografo non trovò l’immagine molto convincente e non la conservò nemmeno. A partire dall’anno successivo però tornò a fotografare la stessa scena, in maniera frontale e ravvicinata. Anno dopo anno, da quell’incontro, che era diventato al tempo stesso un appuntamento e un momento di condivisione, prese forma un progetto diventato un capolavoro della fotografia del novecento, e che è ancora in corso.

Il dottor Robert Sappenfield con il figlio Bob, Dorchester, 1988. (Nicholas Nixon )

**L’essenza dell’onestà **

La prima immagine del progetto risale al 1975. Tutte le altre sono state scelte insieme alle quattro donne. Da subito Nixon riuscì a convincerle a mantenere l’ordine in cui si erano posizionate nel primo scatto (volevano tutte stare al centro della foto) per mantenere una coerenza logica e narrativa. Nel corso degli anni ha fatto qualche piccola modifica: “Ho capito che se mi fossi avvicinato i loro volti si sarebbero visti meglio. Allo stesso tempo il loro affetto reciproco e la voglia di essere vicine erano diventati più intensi ”. Con discrezione a volte il fotografo si è inserito nel gruppo con la proiezione della sua ombra.

Bebe e io, Savignac-de-Miremont, Francia, 2011 (Nicholas Nixon )

Si resta colpiti dalla naturalezza, dalla duttilità e dalla dolcezza che caratterizzano la serie, subito molto apprezzata dalla critica. Il Moma le ha dedicato due mostre, una per i 25 anni e una per i 40 anni dalla prima foto scattata.

Boston, 2020 (Nicholas Nixon )

Dal 1990 il fotografo fa solo dieci stampe della nuova immagine (prima ne stampava cinquanta copie), per cui oggi esiste solo una quarantina di esemplari della serie completa, conservata in musei, fondazioni e in mano ad alcuni collezionisti privati, che ogni anno si prenotano per la nuova foto. Per molti le sorelle Brown sono diventate un segno del tempo che passa, senza angoscia e senza paura, una constatazione tenera e amichevole. Come in tutti i suoi lavori, Nixon usa una macchina a pellicola di grande formato 8×10, in bianco e nero. Dai suoi provini a contatto si vede già una grande sensibilità per la modulazione della luce. La profondità dei neri, l’intensità dei bianchi, le variazioni sensuali dei grigi.

Battery plaza, New York, 1975 (Nicholas Nixon )

La prossimità cercata nelle foto delle quattro sorelle è mantenuta anche negli autoritratti e nelle numerose immagini scattate a Bebe e ai figli Clementine e Sam grazie a un approccio in cui riesce ad accostare uno stile documentario a una forte empatia.

Clementine e Bebe, Cambridge, 1986. (Nicholas Nixon )

“La mia macchina fotografica è molto ingombrante, la gente la guarda e si chiede cos’è e cosa voglio da loro”, afferma Nixon. “Bisogna inserire il supporto della pellicola, nascondersi dietro il panno scuro, tirarsene fuori, lasciare alle persone la scelta tra guardare me o in macchina. Sembra più un mobile antico che uno strumento tecnologico. È una scatola di legno, è fuori moda e ha un aspetto poco ergonomico. Penso che piaccia alla gente perché è qualcosa di lento (anche se posso usare dei tempi molto rapidi) e un che di goffo. Sono molto affezionato a questo modo di fare fotografia. E penso che istintivamente le persone capiscano che quando usi la pellicola è molto più difficile deformare l’immagine. Per me è importante che nulla cambi troppo. Forse si possono rendere alcune parti della foto più chiare o più scure, ma si tratta dei vecchi trucchi della fotografia tradizionale. Non posso cambiare la forma degli occhi né un’espressione, non posso eliminare una persona e mettere al suo posto qualcun altro. E comunque una cosa del genere non mi sarebbe interessata. Per me è importante conservare l’onestà della fotografia, e questa macchina è la quintessenza dell’onestà”.

The Brown sisters, 1975. (Nicholas Nixon )

Una meravigliosa sfida

Nicholas Nixon ha fotografato tutte le età della vita: neonati, adolescenti, anziani e poi coppie, famiglie numerose, la sua famiglia. E anche se a volte ha fatto foto di architettura, a New York o a Boston, sono soprattutto le persone al centro del suo lavoro umanista. Nel 1988 è stato tra i primi a fotografare i malati di aids ritraendoli circondati da amanti, amici, genitori, oppure emaciati e soli.

J.A., E.A., Dorchester, Massachusetts, 2001 (Nicholas Nixon )

Oggi fotografa i malati di covid-19 e le persone con le mascherine “per sapere a cosa somiglia un volto di cui l’espressione è in parte nascosta”. Le ragioni sono sempre le stesse e Nixon risponde così a chi lo rimprovera di “fare arte con il dolore”: “Non fotografo nessuno se non ci trovo niente di interessante. Indipendentemente da quello che mi piace – gli occhi, il modo in cui tiene la testa – sono soprattutto onesto. Non è una strategia, è il solo modo in cui riesco a comportarmi. Il punto di partenza deve essere un legame o un sentimento che nasce dalla bellezza. È come una sfida meravigliosa. La macchina è una sorta di terzo elemento. Tra me, la macchina e il soggetto s’instaura un rapporto. Tutto l’insieme ha una sua dignità, che permette alle persone di prenderlo sul serio”. Nel 2020 la serie delle Brown sisters compirà 50 anni. Ci si chiede come proseguirebbe il lavoro se una delle protagoniste dovesse morire. “Vorrei continuarla, qualunque cosa succeda. Scherzando ci chiediamo cosa succederebbe se dovessi morire io. Ma ci penseremo quando sarà il momento. So di essere più vicino alla morte, ma grazie a Bebe e al mio lavoro sono abbastanza sereno su questo. Ora sto pensando di fotografare dei malati in fase terminale, ma non farò nulla finché non sarò veramente sicuro. Un lavoro del genere potrebbe far riflettere sulla morte e sulla medicina stessa”. ◆ _ adr_

The Brown sisters, 1995. (Nicholas Nixon )
The Brown sisters, 2016. (Nicholas Nixon )
Da sapere
I libri

◆ I lavori di Nicholas Nixon sono raccolti nel libro Nicholas Nixon (Kehrer Verlag 2017), che contiene duecento immagini. Altri volumi raccolgono le singole serie: People with aids (David R Godine publisher 1991), Close far (Steidl 2013), _The Brown sisters, forty years _(Moma 2014).


Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1368 di Internazionale, a pagina 60. Compra questo numero | Abbonati