Nelle conversazioni tra i capi di stato e di governo dell’Unione europea, alla vigilia del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo, l’atteggiamento da adottare nei confronti della Cina deve essere stato un argomento particolarmente gradito rispetto al fastidioso tema della Brexit, che paralizza l’Unione già da mesi. Comunque anche quella cinese è una questione complicata, sulla quale i paesi europei hanno posizioni diverse. All’inizio di marzo la Commissione europea ha presentato un documento che descrive la strategia comune dell’Unione nei confronti della Repubblica popolare cinese, nel quale il governo di Pechino viene definito per la prima volta un “rivale sistemico” nella lotta per esercitare influenza politica ed economica sul mondo.
Siamo dunque finalmente arrivati a una nuova schiettezza e a una nuova oggettività nelle politiche dell’Unione europea nei confronti della Cina? Sarebbe bello, ma c’è da temere che i migliori amici europei di Pechino – i greci, gli ungheresi, i cechi e ora anche gli italiani – nelle relazioni con il gigante asiatico pensino solo ai loro interessi, anche se continuano a promettere di essere allineati all’Unione. E finora la Repubblica popolare cinese è stata abile a sfruttare queste ambiguità.
I cinesi, però, non sono riusciti a dissipare la sfiducia nei loro confronti diffusa non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa. Anzi la sfiducia continua a crescere, e a ragione. Tutte le speranze degli anni novanta e duemila che con il benessere economico la Cina avrebbe avviato anche un processo di democratizzazione e che sarebbe diventata un partner affidabile sulla scena mondiale si sono infrante nel 2012 con l’ascesa al potere di Xi Jinping. La politica spregiudicata del presidente cinese non spaventa solo i paesi vicini della Cina, ma spinge anche il resto del mondo a chiedersi cosa stia davvero architettando.
Ora Xi Jinping è in ottimi rapporti con “i cari amici italiani”, a cui offre cooperazione e investimenti, dai porti alle telecomunicazioni. Fa di tutto per allontanare lo scetticismo nei confronti della nuova via della seta, che ha promosso con il suo viaggio in Europa. Ma l’obiettivo del progetto è chiaro: sfruttare l’economia cinese ed estendere l’influenza della Cina sul resto del mondo. Il presidente cinese non ha mai fatto dubitare che per lui – come per il presidente statunitense Donald Trump con il suo “prima l’America” – viene “prima la Cina”. Una simile volontà di dominio fa parte del patrimonio genetico di una grande potenza, va riconosciuto. Quando si fanno affari con la Cina, bisogna sapere con chi si sta trattando. Il dinamismo e la modernità delle città cinesi non devono far dimenticare che è l’onnipotente partito comunista a governare il paese e a fare di tutto per restare al potere. È legittimato agli occhi della popolazione perché riesce a garantire una crescita economica costante e un incremento del benessere. Anche il gigantesco progetto della nuova via della seta rientra in questo quadro. Non a caso negli appalti sono coinvolte molte aziende cinesi. Parlando del ruolo della Cina sulla scena internazionale, il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha dichiarato recentemente: “Per tutte le nostre conquiste dobbiamo essere grati ai dirigenti del partito comunista”.
Gli “interessi vitali” che la Cina vuole far rispettare all’estero sono legati alla sua forza politica: i partner, impassibili, devono ignorare le brutali repressioni dei tibetani e degli uiguri, le vessazioni nei confronti dei taiwanesi e il dominio incontrastato sul mar Cinese meridionale. Prima arrivano i contratti, poi gli investimenti, poi si è costretti a dipendere dalla Cina, e alla fine si è obbligati ad accettare questi compromessi. Sì, bisogna sapere che si sta trattando con il compagno Xi Jinping. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati