Il 31 gennaio alle 17 Raquel Hallak, direttrice della Mostra del cinema di Tiradentes, ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo. “È stata un’ottima edizione”, ha dichiarato, sollevata, questa energica donna di cinquant’anni. Per lei la sfida era importante: riuscire, in piena crisi del settore, a portare a termine il suo festival di cinema indipendente, uno dei più importanti del Brasile. Quest’anno, in questa piccola perla dell’architettura barocca nel Minas Gerais (stato a nord di Rio de Janeiro), in nove giorni sono stati presentati 113 film.
Nel 2019 la mostra aveva perso il sostegno dei suoi principali finanziatori pubblici, tra cui il gigante petrolifero Petrobras. “Il suo contributo rappresentava un quarto dei fondi a nostra disposizione”, ricorda Raquel Hallak, che in tutta fretta ha dovuto trovare nuovi sponsor per tappare i buchi nel bilancio. “Alla fine abbiamo dovuto fare dei tagli, non abbiamo potuto invitare tutti gli attori dei film in concorso, ma almeno tutti i film sono stati proiettati”.
Un’ottima annata
Oggi il cinema brasiliano conosce una situazione paradossale. Da un lato alcuni film hanno ricevuto importanti premi in tutto il mondo, come Bacurau di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles, premio della giuria al festival di Cannes nel 2019, o La vita invisibile di Eurídice Gusmão _di Karim Aïnouz, premiato sempre a Cannes nella sezione Un certain regard e a questi possiamo aggiungere il documentario di Petra Costa, _Edge of democracy. Democrazia al limite, che era in corsa per gli Oscar. Dall’altro lato, il settore conosce una delle peggiori crisi della sua storia, legata all’arrivo al potere il 1 gennaio 2019 del presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.
“La situazione è gravissima. La civiltà del paese è attaccata dalla barbarie, da clown assassini, odiosi e ignoranti”, dice emozionato Aïnouz. Come i suoi colleghi, il regista si mostra particolarmente preoccupato per la sorte dell’Agenzia nazionale del cinema (Ancine), l’organismo pubblico creato nel 2001 sul modello del Cnc francese (Centro nazionale del cinema e dell’immagine animata), incaricato di finanziare e regolare il settore. “Senza l’Ancine non avrei fatto alcun film e non sarei qui a parlare con lei”, insiste Aïnouz.
Il problema è che da un anno l’agenzia è al centro degli attacchi della destra. In varie occasioni Bolsonaro ha paventato l’intenzione di “spegnere” l’istituzione. Nel frattempo le risorse del Fondo del settore audiovisivo (Fsa), il ramo dell’Ancine che finanzia i film, si sono ridotte del 43 per cento nel 2020, arrivando appena a 415,3 milioni di real (87,4 milioni di euro). Un disastro per un settore che dà lavoro a 300mila persone e genera 5,2 miliardi di euro di incassi all’anno, ma la cui dipendenza dagli aiuti di stato rimane molto forte.
Oggi l’Ancine è paralizzata, con una lista di più di quattromila progetti di film e serie in attesa di finanziamento. “All’Ancine tutti hanno paura, nessuno osa più alzare un dito temendo di essere licenziato”, dice una persona che lavora nell’agenzia. In realtà Bolsonaro non vuole solo risparmiare. Vorrebbe anche che l’Ancine utilizzasse “dei filtri” per privilegiare opere “che interessano la popolazione nel suo insieme e non solo le minoranze”. In altre parole, l’organismo non deve più finanziare progetti relativi alla comunità lgbt, definiti da Bolsonaro “film pornografici”.
Per fare questo la direzione dell’Ancine (a cui il presidente brasiliano voleva “tagliare la testa”) è stata quasi completamente cambiata. Tra i vicepresidenti dell’agenzia, accanto a tecnici del settore, c’è anche un pastore evangelico capace, come voleva Bolsonaro, di citare a memoria “duecento versetti della Bibbia”. Parliamo di Edilásio Barra, detto Tutuca, un ex cronista televisivo riconvertitosi alla religione, che ha il compito di imbavagliare l’istituzione.
Per mostrare che i tempi sono cambiati, l’Ancine ha sospeso diversi progetti che parlano di omosessuali o trans. Nel dicembre 2019 dai corridoi della sede dell’agenzia a Rio de Janeiro è stata tolta l’intera collezione di manifesti di film brasiliani. Sono finiti così in un armadio le locandine delle opere di Glauber Rocha o Eduardo Coutinho. Tutto per garantire “l’impersonalità e l’isonomia” (cioè la conformità di fronte alla legge) nei luoghi pubblici. In altre parole, per fare tabula rasa.
“Il governo vuole ridurre la libertà di creazione”, osserva il critico cinematografico Pedro Butcher. “Non si tratta di una censura istituzionalizzata con un comitato ufficiale come sotto la dittatura, ma di fatto è la stessa cosa. Certo, quest’anno usciranno film importanti come Todos os mortos di Marco Dutra e Cateano Gotardo, che affronta le conseguenze dell’abolizione della schiavitù alla fine dell’ottocento, presentato in concorso al Festival di Berlino. Ma sono progetti prodotti prima della crisi e dell’arrivo al potere dell’estrema destra. I veri effetti si faranno sentire nel giro di tre o quattro anni”. E probabilmente saranno devastanti per tutto il settore.
La fidanzata del presidente
La situazione preoccupa molti produttori, distributori e anche giovani registi, come Marcela Borela, 36 anni, autrice insieme al fratello Henrique del lungometraggio Mascarados, presentato alla Mostra di Tiradentes. Drammatico e toccante, il film racconta la vita quotidiana degli operai delle miniere dello stato di Goías (centro-ovest del paese). “Si tratta di un film sociale su un argomento complicato in più realizzato in una regione periferica”, spiega Borela. Ci abbiamo messo tre anni per raccogliere i 600mila reais (126mila euro) necessari. Oggi in questo contesto sarebbe molto difficile produrre un film del genere”.
Difficile capire cosa succederà nel 2020. A fine gennaio Bolsonaro ha nominato sottosegretario alla cultura – il ministero è stato soppresso – Regina Duarte, star delle telenovelas che ama presentarsi come “la fidanzata” del presidente. Il suo predecessore Roberto Alvim era stato allontanato dopo aver pronunciato un discorso parafrasando Joseph Goebbels.
Ma per quanto riguarda il cinema la scelta chiave è stata fatta nel dicembre 2019, con la nomina di André Sturm a capo della segreteria del settore audiovisivo. A 53 anni questo regista, ex assessore alla cultura della città di São Paulo, ha ormai il controllo della settima arte brasiliana. “È un conservatore autoritario, ma non si può certo dire che sia un incompetente”, afferma una persona che lo conosce bene. “Sturm è estremamente preparato e conosce a fondo i processi di finanziamento. È quel tipo di figura che forse potrà far ragionare Bolsonaro”.
Intanto a Tiradentes, Raquel Hallak rimane ottimista. “È un momento particolare ma è solo temporaneo. Il cinema brasiliano ha già saputo reinventarsi in più di un’occasione”, assicura la coordinatrice del festival. Poi si rabbuia quando le chiediamo se è certa che la mostra si terrà anche l’anno prossimo: “Nella vita l’unica cosa certa è la morte”, risponde. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1349 di Internazionale, a pagina 70. Compra questo numero | Abbonati