Il luogo e il modo in cui Scott Pruitt, il capo dell’Agenzia per la protezione ambientale (Epa) degli Stati Uniti, ha annunciato la fine delle politiche sul clima decise dalla precedente amministrazione Obama non sono casuali: di fronte a un pubblico di minatori, in una città chiamata Hazard (Pericolo). La “guerra al carbone” è finita e la lotta contro i cambiamenti climatici compromette il benessere economico, sostiene il governo di Donald Trump. Per questo motivo, vuole eliminare la più importante misura di tutela ambientale di Barack Obama, il Clean power plan.

Questa decisione è uno scandalo. Il maggiore produttore di CO2 della storia vuole sottrarsi alle sue responsabilità. Ma l’amministrazione statunitense non potrà limitarsi a dire “basta”: l’Epa di Pruitt è obbligata per legge a regolare in qualche modo le emissioni di CO2. Inoltre dovrà scontrarsi con la resistenza di imprenditori, stati e città, ambientalisti e politici che non intendono rassegnarsi alla svolta del presidente Trump sul clima. Soprattutto dopo che le città statunitensi sono state colpite da un uragano dopo l’altro.

L’attacco al Clean power plan non rappresenta la fine delle politiche statunitensi a tutela dell’ambiente. Ma può causare gravi danni. Quando Trump e i suoi collaboratori mettono in discussione la ricerca scientifica sui cambiamenti climatici, il dibattito pubblico fa passi indietro enormi. Si seminano dubbi e sfiducia. Si cancellano gli aiuti alle vittime del riscaldamento globale. E soprattutto, si perde tempo prezioso.

Entro il 2020 bisogna concretizzare l’accordo sul clima di Parigi del 2015 ed è su questo che bisogna lavorare. Dovremmo rimboccarci le maniche e tornare a chiudere le miniere, perché sono un pericolo per il futuro. Ad Hazard e in tutto il pianeta. ◆ ct

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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati