Sono appena le nove del mattino e già decine di persone aspettano il loro turno per accedere al nuovo belvedere di Bois Court, nel cuore della Réunion. È l’attrazione del momento sugli Hauts, i monti dell’isola. La piattaforma in vetro è a 1.350 metri di altezza e domina le ripide pareti ricoperte di vegetazione della cavità del Grand-Bassin. Il punto panoramico è stato inaugurato alla fine dell’agosto 2025. Le case del villaggio si trovano 750 metri più in basso e sembrano minuscole.

Questo vasto giardino protetto dalle montagne è il più selvaggio delle conche della Réunion, ma anche il più piccolo e il più isolato. Grand-Bassin ospita uno degli îlet (nome locale dato ai villaggi abitati di queste cavità) più difficili da raggiungere. È situato in fondo alla stretta valle del Bras de la Plaine e ci si arriva solo percorrendo sentieri scoscesi e molto ripidi. Da questo deriva il fascino e l’originalità di questo luogo poco conosciuto e isolato, che ricorda la “Réunion lontan”, come si dice in creolo, per evocare il passato carico di storia e di leggende.

Per molte persone il viaggio si ferma al belvedere. Del resto fin dai primi metri del sentiero si capisce subito a cosa si va incontro: lungo una scala scavata nelle pareti di roccia, è un po’ come se il vuoto giocasse a nascondino con gli alberi ai bordi del sentiero. “La forte pendenza ha salvato il 30 per cento della foresta. La zona del Grand-Bassin è poco esplorata, esistono ancora i resti di una foresta semi-arida. Le pareti rocciose ospitano specie rare e interessanti come il bois de sable (un arbusto endemico dell’isola) e il _poivrier des Hauts _(un altro arbusto, ma questa volta aromatico), minacciati da specie invasive e non endemiche come la lantana camara (una pianta rampicante), spiega Yannick Zitte, che lavora al parco nazionale della Réunion.

L’albero tropicale

Il terreno è pieno di bacche rosa. Le fragranze dolci dei manghi e delle acacie accompagnano i nostri passi sotto lo sguardo del zoizo la vierge (un passeraceo) e il santimpalo, un uccello tipico dell’isola. Vediamo un rapace volteggiare nel cielo, è un’albanella, che qui chiamano papangue, prima di scoprire ai bordi del sentiero le “petits bondieux”, piccole cappelle votive tipiche del “pays lontan”. A metà percorso ce n’è una dedicata a santa Rita, la patrona delle cause disperate.

Più in basso, sulla falesia, una squadra del comune sta lavorando alle condutture per trasportare l’acqua potabile. “Il Grand-Bassin è un serbatoio idrico per gli abitanti del sud dell’isola, ma le tubature installate nella roccia devono fare i conti con le frane”, precisa il tecnico del parco. Alla fine del diciottesimo secolo queste sorgenti permisero ai primi abitanti del Grand-Bassin di coltivare la terra e di vivere del proprio raccolto. A questi pionieri si deve il merito di aver trasformato un angolo inospitale in un giardino dell’eden. Un giardino coltivato che si svela una volta arrivati in basso, dopo aver attraversato il ponte, osservato i muri in pietra a secco e i primi pergolati colorati circondati da nespoli e litchi. “È l’unico posto dove ho visto una pisonia, sull’isola ne esistono tre. Questo albero endemico è stato inserito in un piano di salvaguardia del Conservatorio botanico nazionale di Mascarin”, spiega Alexandre Clain, dell’ufficio forestale nazionale, i suoi nonni si conobbero al ballo dell’îlet Commandeur, un borgo vicino.

Negli anni sessanta l’îlet Grand-Bassin aveva più di duecento abitanti e una scuola. “Prima del montacarichi ci portavamo la frutta e la verdura sulle spalle; mia madre ci lasciava al 27° chilometro, un quartiere del Tampon, per vendere le nespole. Non eravamo ricchi, ma non eravamo neppure infelici”, ricorda Jean-François Nativel, uno degli abitanti dell’îlet. Quando nel 1995 la scuola fu chiusa molti abitanti decisero di stabilirsi più in alto perché non c’era più ragione di sopportare condizioni di vita così difficili. “Avevo undici anni quando la scuola ha chiuso ed è stato doloroso dover lasciare la mia casa e parte della mia famiglia”, spiega Jean-François.

Con il passare del tempo le case del villaggio si sono trasformate in alloggi per i turisti. La nonna di Jean-François, Lucienne, soprannominata “mémé Nativel”, fu la prima nel 1974 ad affittare un alloggio, L’Oasis. Tutti qui ricordano le grandi pentole in cui preparava i suoi carris babafigue, un piatto locale a base di pomodori e spezie, preparato con il fiore del banano, il babafigue. Oppure quando raccontava come usava i fiori del manger bec rose (una pianta locale) per riempire i cuscini. Ce ne volevano a migliaia di quei fiori.

Oggi gli abitanti che vivono tutto l’anno al Grand-Bassin non sono più di dieci. La maggior parte delle famiglie ha una casa a Le Tampon, il comune sulle alture a cui è collegato il villaggio. Alcuni come Jannick Sery, campione di trail running, fanno avanti e indietro quasi ogni giorno. Sery si occupa del montacarichi, che di fatto è diventato la piazza del villaggio. “È qui che ci ritroviamo a scambiare due chiacchiere!”, ride sua zia Joceline Sery. Il montacarichi è stato installato nel 1986 e collega il Belvedere con il Grand-Bassin, garantendo al villaggio la possibilità di ricevere ogni giorno i rifornimenti.

Da qualche tempo, però, è diventato fonte di grandi discussioni, perché il comune di Le Tampon vorrebbe sostituirlo con una funivia. Il progetto infatti non raccoglie consensi unanimi. I più anziani vorrebbero poter invecchiare in basso “senza tornare su”, come dicono loro, mentre i più giovani temono di vedere scomparire l’anima del Grand-Bassin, con lo sviluppo dell’offerta turistica che può generare una funivia.

Di fatto ciò che la gente teme di più qui è la Timise. Nessuno ha mai visto questo piccolo uccello dal piumaggio nero che si muove solo di notte per nutrirsi. Eppure tutti vi diranno di aver sentito il suo grido straziante o di averne avvertito il fruscio. “Quando il vento spegneva le nostre candele, mentre risalivamo a Bois Court per il catechismo, credevamo che fosse opera della Timise”, ricorda Jean-François. Questa leggenda di uno spirito vagabondo e malizioso ha attraversato i secoli, anche se oggi la Timise viene chiamata con il suo vero nome ornitologico: il petrello delle mascarene.

Il Velo della sposa

Dal 2014 l’ornitologo Jérôme Dubos, che si occupa del parco nazionale, scende regolarmente lungo le pareti rocciose per osservare e contrassegnare i rari sopravvissuti di questa specie in via di estinzione. “Per una trentina di anni è stata considerata estinta, poi nel 2017 abbiamo scoperto questa colonia qui. La Réunion è l’unica isola al mondo a possedere due specie endemiche di petrelli”, precisa l’ornitologo.

Sempre ai piedi delle pareti rocciose si trova la cascata del Velo della sposa, che da qualche giorno è a secco. Che sia colpa dello spirito malizioso della Timise? Vorremmo crederci, ma, come spiega Clain, dell’ufficio forestale, “più la siccità aumenta e più l’acqua tende a scomparire”. Per fortuna qualche rivolo scorre ancora sulle pareti ricche di vegetazione dell’immensa conca.

Questo luogo, a venti minuti a piedi dal villaggio, continua quindi ad avere un aspetto maestoso. Tutti qui ricordano di esserci venuti a nuotare da bambini – alcuni con vecchie camere d’aria usate come salvagente. Così, per conservare ancora per un po’ il ricordo di questo tempo sospeso nel paese della Timise, ci tuffiamo nell’acqua limpida del lago, accompagnati dal canto del zoizo la vierge. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati