Nel Kalahari, dove le stelle brillano più intensamente e le dune proiettano le loro ombre anche dopo che il sole è scomparso dall’orizzonte, le colline rosse sono rumorose come una stazione ferroviaria. Un coleottero delle nebbie, chiamato toktokkie _dagli abitanti del posto, disegna una traiettoria stretta e contorta tra le dune di sabbia sottile. Una lepre saltatrice del Capo si muove circospetta, attardandosi sulla cima di una duna a osservare il paesaggio, con la sua lunga coda simile a un piumino. Poi riparte lasciando una serie di impronte allungate. Un millepiedi si avvicina con una prudente sinfonia di movimenti che lasciano linee eleganti sulla sabbia. C’è anche un eland (un tipo di antilope). Poco più in là si vede un’impronta simile a quella lasciata dallo zoccolo fesso di un’antilope, ma questo marchio dalla forma fin troppo perfetta potrebbe essere di un ragno della specie _Seothyra schreineri _(detto _buck spoor, impronta del secchio), che si nasconde sotto la sabbia in attesa che le prede cadano nella sua trappola. Intanto i cespugli dai lunghi ciuffi, una specie di banderuola segnavento naturale, spazzano con le loro pennellate la sabbia polverosa.
Per il popolo san di lingua khomani questo paesaggio forma un’unica trama, nasce da una serie di connessioni intime tra gli esseri umani e la natura, dove ogni filo è una manifestazione del divino. La notte un anziano san osserva il cielo e indica qualcosa che sta oltre la stella del mattino e quella della sera, oltre la Via lattea, un luogo dove esistono forze ancora più potenti. Il legame con la divinità, che si manifesta nelle varie forme della natura, viene celebrato quando i danzatori san si riuniscono intorno al falò, le cui fiamme sembrano lambire il cielo. Mentre il sole comincia il suo lento cammino, la danza tradizionale ha inizio. Si forma un cerchio. Più che una danza è un passo trascinato. Ta-ta, ta-ta, ta, ta, ta-ta-ta.
La nostra guida, !Qopan Kruiper, accenna un passo ogni volta che può. E non risparmia le battute scherzose indirizzate agli altri danzatori: una volta prende in giro quello che chiama un doellose tril (un coglione che non sa cosa fare), una volta si accanisce su Barbara, dalle forme tondeggianti, che muove i fianchi invece di dare calci per aria.
Ma questa danza ipnotica è una cosa seria. Durante la trance, mentre i battiti di mani e i colpi con i talloni per terra diventano sempre più intensi, le persone cominciano a comportarsi da animali. Appaiono gli alcefali, con le narici fumanti e la coda che sembra una frusta. E il leone, con il dorso inarcato e le fauci aperte per prendere enormi boccate d’aria. Molti sanno che è rischioso cadere in una trance così profonda. Chi si addentra nel regno degli spiriti a volte non fa più ritorno. Un danzatore che ha incanalato dentro di sé lo !xooke (leone) non è ancora tornato alla sua forma umana.
Un’istruzione tradizionale
!Qopan Kruiper ha lasciato la scuola dopo la quinta elementare, pregando il padre di fargli da maestro nel veld (la grande pianura erbosa). Non voleva continuare quell’istruzione di stampo protestante che tanto lo deprimeva.
Suo padre gli ha trasmesso il sapere del popolo san che a sua volta aveva ricevuto da suo padre. Kruiper ha imparato a seguire le tracce degli animali nel deserto, a riconoscere le piante che si possono mangiare e quelle che servono per curarsi. Ha imparato che non ci si può fidare dello sciacallo. E che lo steenbok, una specie di antilope, dopo l’estrema gioia di aver trovato una compagna, sprofonda in una grande tristezza quando la perde e passa il resto della vita da solo, in lutto. Ha imparato che il legno !gamka è impregnato dello spirito del leone e che rende più forti gli esseri umani.
Tu sei loro e loro sono te, gli ha insegnato il padre. “Mia madre mi ha detto: ‘Figlio, potrai perdere molte cose, ma se perdi la tua lingua perdi anche la tua cultura e te stesso’”, racconta Kruiper.
Al confine con il Kgalagadi national park, duecento chilometri a nord di Upington, nella provincia del Capo settentrionale, sorge il piccolo insediamento di Andriesvale, che è poco più di un gruppetto di case di pietra, legno e lamiera. Qui vivono molti san khomani, la cui comunità è afflitta da problemi come l’abuso di droghe e la disoccupazione.
Lungo una strada secondaria, un gruppo di uomini e donne vestiti con le pelli tradizionali gironzola vicino all’entrata di un popolare alloggio per turisti. Sta per cominciare il Kalahari desert festival, un’occasione per far conoscere la cultura dei khomani e portare un po’ di (indispensabili) turisti nella zona.
Si avvicina un taxi collettivo. In un tripudio di colori, un ragazzo scende dal veicolo insieme a un cameraman e si lancia in un rap. Riprende la sua performance con il telefono per trasmetterla in diretta. “Sono qui con i khoi-khoi, il popolo delle origini…”.
“Conosci Early B?”, mi chiede Kruiper mentre si mette in posa per farsi fotografare con il rapper, che nel frattempo ha cominciato a elencare la lista dei 55 paesi africani. Poi il musicista torna sul taxi e riparte, lasciando tutti di stucco.
◆**Arrivare e muoversi **Il prezzo di un volo per Johannesburg dall’Italia (South African Airways, Ethiopian, Alitalia) parte da 543 euro a/r. Si può raggiungere Upington con un volo interno o un autobus di linea. Da lì è necessario noleggiare un’auto per spostarsi.
◆Dormire Lungo le strade della Kalahari red dune route è indicata una serie di lodge e di guesthouse dov’è possibile alloggiare (openafrica.org/experiences/route
/48-kalahari-red-dune-route).
◆Festival Nel 2019 il Kalahari desert festival si svolgerà dal 20 al 23 marzo. Il programma prevede concerti, corsi di artigianato e di medicina tradizionale, spettacoli di danza.
◆La prossima settimana Viaggio a Calcutta. Avete suggerimenti su alberghi, posti dove mangiare, libri da leggere? Scrivete a
viaggi@internazionale.it.
A meno di un chilometro di distanza, oltre la strada asfaltata e i sentieri polverosi, Kruiper si toglie i jeans, la maglietta e le scarpe da tennis per indossare il perizoma ricavato da una pelle di animale. “Siamo stati i primi a indossare il tanga”, scherza. Kruiper si sente a casa. È un “professore della natura”, dice, mentre osserva gli avvoltoi radunarsi in cima a una duna come se andassero in chiesa.
Scava con attenzione alla base di una pianta di !koega _penetrando nel terreno fino a una profondità doppia rispetto all’altezza della pianta, e scopre una lunga radice a forma di tubo. La vegetazione del Kalahari ha radici profonde, nasconde gelosamente la sua linfa dalla violenza del sole. Kruiper regge la pianta con una mano mentre con l’altra la pulisce delicatamente dalla sabbia. Poi piega e spezza la radice. La userà per curare un dolore che non ha ancora provato. Prima di ripiantare la _!koega, si strappa una ciocca di capelli e la seppellisce nel terreno. “Se prendi qualcosa devi sempre offrirne un’altra in cambio”, spiega.
Dove altri vedono un paesaggio fatto di dune e pianure, i san khomani vedono delle strade, ognuna segnata dall’animale dominante, i cui escrementi giacciono sparsi tra i cespugli, o da piante ben precise che crescono solo in quel luogo e non si trovano più nelle innumerevoli salite e discese di questo panorama desertico.
“Tutto quello che dobbiamo sapere è qui. C’è la risposta a tutte le nostre domande”, spiega un anziano della comunità, Izak Rooikat Kruiper, gesticolando verso un’orizzonte sconfinato. “Siamo nati in questa natura e ne facciamo parte. Dal minuscolo insetto all’antilope. Siamo tutti parte di Lei”. ◆as
Beauregard TrompHani. A life too short (Jonathan Ball 2009).
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Questo articolo è uscito sul numero 1259 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati