Sulla veranda di casa, con il portatile appoggiato su una mensola di fango, Monsumi Murmu, 26 anni, lavora da uno dei pochi punti in cui c’è connessione. Dall’interno arrivano i suoni familiari della vita domestica: il rumore delle stoviglie, passi, voci. Sul suo schermo si svolge una scena molto diversa: una donna viene immobilizzata da un gruppo di uomini, la telecamera trema, si sentono urla e il suo respiro. Il video è così sconvolgente che Murmu lo accelera, ma il suo lavoro le impone di guardarlo fino alla fine. Lavora come moderatrice di contenuti per una multinazionale tecnologica e si collega dal suo villaggio nello stato indiano del Jharkhand. Il suo compito è classificare immagini, video e testi che sono stati segnalati dai sistemi automatizzati come possibili violazioni delle regole della piattaforma. In una tipica giornata di lavoro vede fino a ottocento video e immagini, prendendo decisioni che servono ad addestrare gli algoritmi a riconoscere violenze, abusi e danni. Questo lavoro è al cuore dei recenti progressi dell’apprendimento automatico, basati sul principio che l’ia è valida solo quanto i dati con cui viene addestrata e in India è svolto sempre più da donne, una manodopera spesso definita “fantasma”.
“I primi mesi non riuscivo a dormire”, racconta Murmu. “Chiudevo gli occhi e continuavo a vedere la schermata che si caricava”. Le immagini la perseguitavano nei sogni: incidenti mortali, la perdita di familiari, violenze sessuali che non poteva fermare e a cui non poteva sottrarsi. In quelle notti, dice, sua madre si svegliava e si sedeva accanto a lei. Ora le immagini non la sconvolgono più. “Alla fine ti senti vuota”. Ogni tanto gli incubi tornano. “È allora che capisci che il lavoro ti ha cambiata”.
Secondo gli esperti questo intorpidimento emotivo – seguito da un impatto psicologico ritardato – è una caratteristica specifica di chi fa il moderatore di contenuti. “In termini di rischio”, dice Milagros Miceli, sociologa a capo della Data workers’ inquiry, un progetto che indaga il ruolo dei lavoratori nell’ai, “la moderazione dei contenuti rientra nella categoria dei lavori pericolosi, paragonabile a qualsiasi mansione potenzialmente mortale”. Uno studio pubblicato a dicembre, che includeva gruppi di lavoratori in India, ha individuato lo stress traumatico come il rischio psicologico più rilevante.
Già nel 2021 si stimava che circa 70mila persone in India lavorassero nell’etichettatura dei dati, settore che secondo Nasscom (l’associazione indiana delle aziende informatiche) aveva un valore di mercato di circa 250 milioni di dollari. Il 60 per cento circa dei ricavi proveniva dagli Stati Uniti e solo il 10 per cento dall’India. Circa l’80 per cento degli etichettatori e dei moderatori proviene da contesti rurali, semirurali o marginalizzati. Le aziende operano volutamente in città e centri più piccoli, dove affitti e costi del lavoro sono più bassi e dove un numero crescente di laureati è in cerca di un impiego. I miglioramenti alla rete hanno reso possibile collegare direttamente queste aree alle catene globali di produzione dell’ia senza dover trasferire i lavoratori nelle grandi città.
Danni sottovalutati
Le donne rappresentano almeno la metà della manodopera. Le aziende le considerano affidabili, attente ai dettagli e più propense ad accettare lavori da casa o contratti flessibili, che offrono una rara opportunità di avere una retribuzione senza dover emigrare.
Una buona parte di queste persone proviene dalle comunità dalit e adivasi (tribali). Per molte qualsiasi forma di lavoro digitale rappresenta un passo in avanti: impieghi più puliti, regolari e meglio pagati rispetto a quelli nei campi o nelle miniere. Ma lavorare da casa, o vicino a casa, può anche rendere la posizione delle donne ancora più marginale. È quanto osserva Priyam Vadaliya, ricercatrice che si occupa di in ed elaborazione dati: “La rispettabilità di questo lavoro e il fatto che arrivi direttamente a casa offrendo una rara fonte di reddito crea spesso una condizione di gratitudine”, spiega. “Questo può dissuadere le lavoratrici dal contestare il danno psicologico che provoca”.
Senza preavviso, Singh è stata spostata su un nuovo progetto legato a una piattaforma d’intrattenimento per adulti
Raina Singh aveva 24 anni quando ha cominciato a fare l’etichettatura dei dati. Neolaureata, avrebbe preferito insegnare, ma ha voluto assicurarsi uno stipendio mensile prima d’intraprendere quel percorso. Tornata a Bareilly, la sua città natale nello stato dell’Uttar Pradesh, ogni mattina si collegava dalla sua stanza, e lavorava per una società ingaggiata da piattaforme tecnologiche globali. La paga – circa 380 euro al mese – le sembrava adeguata. La descrizione del lavoro era vaga, ma le mansioni sembravano gestibili: all’inizio doveva esaminare brevi messaggi, segnalare spam, individuare linguaggi tipici delle truffe. “Apparentemente nulla di preoccupante”, racconta. “Solo noioso. Ma c’era anche qualcosa di stimolante. Mi sembrava di lavorare dietro l’ia. Per i miei amici, l’ia era solo ChatGpt. Io vedevo quello che la faceva funzionare”.
Dopo sei mesi, però, i compiti sono cambiati. Senza preavviso, Singh è stata spostata su un nuovo progetto legato a una piattaforma d’intrattenimento per adulti. Il suo compito era segnalare e rimuovere contenuti di abusi sessuali su minori. Il materiale era esplicito e incessante. Quando ha espresso le sue preoccupazioni al responsabile, lui le ha risposto: “È un lavoro quasi sacro, di fatto stai proteggendo i bambini”. Poco dopo il compito è cambiato di nuovo. Singh e il suo team dovevano classificare contenuti pornografici. “Non riesco nemmeno a quantificare il materiale che ho visto”, racconta. “Era un continuo, per ore”. Il lavoro ha avuto un impatto sulla sua vita personale. “L’idea del sesso ha cominciato a disgustarmi”, racconta. Si è allontanata dall’intimità e si sentiva sempre più distante dal suo partner.
Quando Singh si è lamentata, la risposta è stata diretta: “Il tuo contratto parla di etichettatura dei dati, è questa è etichettatura dei dati”. Ha lasciato il lavoro, ma a un anno di distanza dice che il pensiero del sesso le può ancora provocare nausea o un senso di dissociazione.
Secondo Vadaliya, gli annunci raramente spiegano bene le mansioni. “Le persone sono assunte con definizioni ambigue, solo dopo aver firmato i contratti e cominciato la formazione capiscono in cosa consiste davvero il lavoro”.
Su internet le attività da remoto e part-time vengono promosse in modo aggressivo come opportunità di “guadagni facili” o “senza investimento”, e sono spinte tramite video su YouTube, post su LinkedIn, canali Telegram e tutorial di influencer che le presentano come un lavoro flessibile, poco qualificato e sicuro.
Abbiamo parlato con otto aziende in India che si occupano di etichettatura dei dati e moderazione dei contenuti. Solo due hanno dichiarato di offrire supporto psicologico ai dipendenti; le altre sostengono che il lavoro non sia così impegnativo da richiedere assistenza per la salute mentale. Vadaliya spiega che, anche quando ci sono forme di sostegno, è il singolo lavoratore a doverle cercare, addossandosi così il peso della cura. “Si ignora il fatto che molti lavoratori nel settore dei dati, soprattutto quelli provenienti da contesti lontani o marginalizzati, potrebbero non trovare nemmeno le parole per esprimere quello che stanno vivendo”, spiega. Aggiunge inoltre che il fatto che non ci sia un riconoscimento del danno psicologico nelle leggi sul lavoro in India lascia i lavoratori senza tutele.
Convivere con il disagio
Il peso psicologico è aggravato dall’isolamento. I moderatori di contenuti sono vincolati da rigidi accordi di riservatezza che gli impediscono di parlare del loro lavoro anche con familiari e amici, pena il licenziamento o azioni legali.
Murmu temeva che se la famiglia avesse saputo in cosa consisteva il suo lavoro, sarebbe stata costretta – come molte altre ragazze del suo villaggio – a lasciarlo e a sposarsi. Il suo contratto, che le garantisce 300 euro al mese, scadrà tra due mesi e lo spettro della disoccupazione le impedisce di parlare dei suoi problemi di salute mentale. “Trovare un altro lavoro mi preoccupa più del lavoro”, dice.
Nel frattempo ha trovato dei modi per convivere con il disagio. “Faccio lunghe passeggiate nella foresta. Mi siedo sotto il cielo aperto e cerco di percepire il silenzio intorno a me”. Certi giorni raccoglie pietre nei terreni vicino a casa o dipinge motivi geometrici tradizionali sui muri di casa. “Non so se serva a risolvere qualcosa”, dice Murmu. “Ma mi fa sentire un po’ meglio”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati