L’Iran ha lanciato nella notte tra il 7 e l’8 gennaio una serie di missili contro due basi, ad Al Asad ed Erbil, che ospitavano dei soldati statunitensi in Iraq. Teheran ha rivendicato l’attacco e i Guardiani della rivoluzione hanno confermato di averlo compiuto per vendicare la morte del generale Qassem Soleimani.

L’Iran ha promesso “risposte ancora più devastanti” in caso di nuovi attacchi statunitensi e ha minacciato di colpire Israele e altri “alleati degli Stati Uniti”. Inoltre ha avvertito che prenderà di mira i paesi da cui saranno lanciate eventuali rappresaglie statunitensi. La guida suprema della Repubblica islamica ha affermato che gli attacchi notturni sono uno “schiaffo agli Stati Uniti”. Le forze statunitensi stanno valutando i danni, ma finora non sono stati segnalati morti o feriti.

Gli attacchi iraniani sono arrivati cinque giorni dopo che gli Stati Uniti avevano ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani e appena conclusi i suoi funerali. Sono stati simbolicamente lanciati alla stessa ora del raid statunitense che ha ucciso Soleimani, il capo della forza Quds, l’unità di élite dei Guardiani della rivoluzione. Teheran aveva avvertito che avrebbe compiuto rappresaglie contro i siti militari statunitensi. Il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che la risposta all’eliminazione di Soleimani deve essere l’espulsione delle truppe statunitensi dal Medio Oriente. I soldati statunitensi sono sotto pressione in Iraq, dove gran parte della classe politica alleata degli iraniani chiede il loro ritiro.

La forza militare iraniana in Medio Oriente si appoggia essenzialmente su una rete di milizie in Libano, Iraq, Siria e Yemen. Di solito sono queste milizie a condurre gli attacchi in nome dell’asse iraniano. Ma questa volta i missili sono stati lanciati da Teheran, con il chiaro intento di assumersi la responsabilità dell’attacco, proprio come Washington aveva subito rivendicato il raid contro Soleimani. Inoltre l’Iran ha usato i suoi missili balistici, un modo per dimostrare la sua forza e ricordare che le sue armi sono in grado di colpire gli alleati degli Stati Uniti nella regione, in particolare le monarchie petrolifere del Golfo.

Salvare la faccia

Teheran sembra aver calibrato la sua risposta in modo che sia significativa ma non possa essere considerata una dichiarazione di guerra agli Stati Uniti. L’attacco è spettacolare e simbolico, ma il fatto che nessun soldato statunitense sia stato ucciso ne minimizza la portata. L’obiettivo principale sembra essere quello di dimostrare che l’Iran non ha fatto una brutta figura ed è capace di rispondere alla perdita del suo generale più importante.

Il messaggio è soprattutto destinato agli iraniani. Quello rivolto agli Stati Uniti sembra piuttosto essere: possiamo fare del male a voi e ai vostri alleati nella regione, ma preferiamo non continuare l’escalation. Mohammad Javad Zarif, il capo della diplomazia iraniana, ha affermato che il suo paese ha condotto e “terminato” nella notte delle rappresaglie “proporzionate”. “Non cerchiamo l’aumento della tensione né la guerra”, ha insistito. Gli iraniani sono stati costretti a rispondere all’eliminazione di Soleimani, dopo che Washington aveva cercato di ristabilire l’equilibrio della dissuasione con la sua operazione. Teheran sembra contare sul fatto che Donald Trump non vuole impegnarsi in una guerra aperta contro l’Iran e che questo attacco, che gli consente di salvare la faccia senza umiliare gli Stati Uniti, può essere il picco dell’escalation prima di un ritorno alla diplomazia.

Armi puntate

27 dicembre 2019 In un attacco con i razzi contro una base militare irachena a Kirkuk, nel nord del paese, viene ucciso un contractor civile statunitense e alcuni militari statunitensi e iracheni sono feriti. Washington incolpa Kataib Hezbollah, una milizia sostenuta dall’Iran.

29 dicembre L’esercito statunitense bombarda le postazioni della milizia in Iraq e in Siria, uccidendo 25 combattenti e ferendone 55.

31 dicembre Migliaia di sostenitori dei gruppi paramilitari filoiraniani irrompono nel compound dell’ambasciata statunitense a Baghdad.

3 gennaio 2020 In un attacco con un drone all’aeroporto di Baghdad, gli Stati Uniti uccidono il generale iraniano Qassem Soleimani, capo della forza d’élite Quds dei Guardiani della rivoluzione, e il militare iracheno Abu Mahdi al Muhandis, vicecomandante delle milizie note come Forze di mobilitazione popolare.

4 gennaio Alcuni razzi colpiscono l’ambasciata statunitense a Baghdad.

5 gennaio Il parlamento iracheno approva una risoluzione non vincolante che chiede il ritiro delle truppe straniere dal paese. L’Iran annuncia che non rispetterà più i limiti imposti dall’accordo sul nucleare raggiunto con le potenze mondiali nel 2015. Milioni di persone scendono in strada a Teheran e in altre città del paese per le celebrazioni del funerale di Soleimani, che durano quattro giorni.

7 gennaio Almeno 56 persone muoiono nella calca durante la sepoltura di Soleimani nella sua città natale di Kerman.

8 gennaio L’Iran lancia dei missili contro due basi aeree che ospitano truppe statunitensi in Iraq: Erbil, nel nordest del paese, e al Asad, a ovest di Baghdad. Non si registrano vittime. Poco dopo un aereo ucraino con 176 passeggeri precipita dopo il decollo da Teheran. Non ci sono sopravvissuti. In un discorso alla nazione Trump rivendica il successo della sua strategia.

Al Jazeera


La palla è ora nel campo statunitense. La prima potenza mondiale può non rispondere a un attacco nemico? Dato che nessuno dei due paesi vuole un conflitto aperto, e che neanche i paesi della regione, soprattutto l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, vogliono una guerra sul loro territorio, è possibile che gli Stati Uniti rinuncino a rispondere al raid iraniano e avviino un dialogo con Teheran per allentare le tensioni.

Il presidente statunitense è famoso per l’impulsività e l’incapacità di gestire le sfide internazionali, quindi è estremamente difficile prevedere come reagirà. Nel pieno di un anno elettorale, può ritenere preferibile evitare un’escalation che questa volta porterebbe senza dubbio alla guerra. Al contrario, può pensare che una mancata risposta darebbe un’immagine di debolezza di cui approfitterebbero sia i suoi avversari sia i suoi nemici. Circondato da una squadra di falchi antiraniani, Trump deve prendere la decisione più importante del suo mandato. Il Medio Oriente sta col fiato sospeso. ◆ fra

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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati