Quattro anni fa il presidente Vladimir Putin fece una proposta alla Russia e alle sue élite: sostenete la mia guerra in Ucraina, e non dovrete preoccuparvene in nessun modo. Nell’ultima settimana, però, quella promessa è stata infranta.

In realtà Mosca non è mai stata del tutto immune agli effetti della guerra. I primi droni ucraini hanno raggiunto la capitale già il 3 maggio 2023: sono esplosi sopra il Cremlino senza provocare danni, ma rivelando che le difese aeree di Mosca non erano impenetrabili come sosteneva il governo e che la guerra era molto più vicina di quanto pensassero i moscoviti. In seguito gli ucraini hanno indirizzato gli attacchi contro gli aeroporti, usando i droni per sorvolare le piste o disturbare le attività degli scali, con l’obiettivo di creare disagi al trasporto aereo e danni economici.

Nei giorni scorsi, tuttavia, il ronzio dei droni è tornato a farsi sentire anche a Mosca. La mattina del 7 maggio il sindaco ha annunciato che le forze aeree russe avevano abbattuto centinaia di droni ucraini diretti verso la città. Due giorni dopo la capitale avrebbe ospitato la parata annuale del 9 maggio, in cui si celebra la vittoria dell’Unione Sovietica di Stalin sul nazismo, una ricorrenza molto cara a Putin, che negli ultimi anni l’ha rilanciata con grande solennità.

Il decreto di Zelenskyj

All’improvviso, e senza cercare di nasconderlo, i funzionari russi hanno cominciato a mostrare un certo nervosismo, evidentemente preoccupati dalla possibilità che i festeggiamenti fossero rovinati dall’intervento ucraino. Il ministro degli esteri ha minacciato Kiev, promettendo di reagire “senza nessuna pietà” (qualsiasi cosa questo significhi) nel caso il suo esercito avesse osato colpire la parata. Il portavoce del Cremlino ha invece cercato di tranquillizzare la popolazione, spiegando che la sicurezza sarebbe stata garantita e che “la minaccia del regime di Kiev” era già stata presa in considerazione.

Putin ha perfino convinto Donald Trump a intercedere presso il presidente ucraino affinché accettasse un cessate il fuoco per la giornata delle celebrazioni. Volodymyr Zelenskyj ha detto sì, dopo che Trump si era offerto di mediare uno scambio di mille prigionieri di guerra tra Kiev e Mosca. A quel punto Zelenskyj ha emanato un decreto, scritto con sarcastica magnanimità, per concedere formalmente a Putin il permesso di organizzare la parata senza rischi.

Negli ultimi tempi il tono delle comunicazioni ufficiali russe è cambiato, e non c’è da stupirsi. Tre anni dopo l’esplosione dei primi droni sopra il Cremlino e più di quattro anni dopo lo scoppio di un conflitto che secondo Putin avrebbe dovuto essere solo una breve “operazione militare speciale”, i moscoviti non possono fare a meno di pensare alla guerra. Le misure di sicurezza – che secondo alcuni non sono altro che una forma di censura – hanno reso inaffidabile (e a volte inesistente) il segnale telefonico a Mosca come nel resto della Russia. Ad aprile, quando ai russi era già stato tolto l’accesso alla maggior parte dei social network occidentali, il governo ha bloccato anche l’app di messaggistica russa Telegram, oltre a diversi servizi di vpn (rete privata virtuale, uno strumento che consente di navigare online in maniera anonima).

Senza una connessione internet pubblica, molti sistemi hanno smesso di funzionare, compresi i bancomat, e le app per i servizi di taxi non sono più attive. Questi inconvenienti si sommano all’inflazione galoppante e alla crescita dei tassi d’interesse, che da mesi danneggiano anche gli imprenditori e i consumatori più ricchi.

L’analisi
Il rischio di una nuova offensiva

◆ Per indicare la breve tregua dichiarata tra il 6 e il 9 maggio da Russia e Ucraina l’espressione “cessate il fuoco” è fuorviante. Come ha rilevato il centro studi statunitense Institute for the study of war (Isw) non c’è stata un’interruzione dei combattimenti, ma solo una loro riduzione. Inoltre, il cessate il fuoco può essere usato dai belligeranti per creare le condizioni di ulteriori attacchi, prolungando così il conflitto. A quanto pare è quello che sta facendo la Russia, sul piano comunicativo e militare. Tra l’8 e il 10 maggio il presidente russo Vladimir Putin ha proposto come intermediario in eventuali futuri negoziati una sua vecchia conoscenza, l’ex cancelliere socialdemocratico tedesco Gerhard Schröder. Il Cremlino, però, non sembra in alcun modo intenzionato a rinunciare alle sue rivendicazioni sull’Ucraina e, a queste condizioni, c’è da chiedersi quale potrebbe essere il contributo di Schröder. Un suo eventuale coinvolgimento, che l’Unione europea ha già escluso, servirebbe solo a tirare ulteriormente per le lunghe gli inconcludenti negoziati già in corso da un anno e mezzo. Nel frattempo, dietro la linea del fronte, fervono i preparativi per le nuove offensive russe. “Le forze di Mosca hanno sfruttato la tregua per avvicendare e ridispiegare le truppe, inviare rinforzi ed effettuare operazioni logistiche nell’intero teatro operativo, probabilmente in vista di prossimi attacchi”, scrive l’Isw. Il comportamento russo sembra seguire un modello già sperimentato. Nell’ultimo periodo, tuttavia, la difesa ucraina è stata efficace. Ad aprile i territori riconquistati da Kiev erano più estesi di quelli che la Russia ha occupato. È la prima volta che succede dall’agosto del 2024. Tobias Mayer,
Tagesspiegel, Germania


Realtà e propaganda

La guerra e l’ansia del Cremlino per come sta procedendo sono visibili nelle strade di Mosca. Nel 2023, durante la breve ribellione di Evgenij Prigožin, fondatore della milizia mercenaria Wagner, per qualche giorno i moscoviti erano stati invitati a restare in casa, nel timore che ci potessero essere scontri in città. Nell’ultimo periodo l’allerta è tornata. Secondo un diplomatico di mia conoscenza, nei giorni precedenti il 9 maggio era possibile notare la presenza di cecchini, oltre che soldati con armi antidrone, nei pressi della piazza Rossa. I cittadini comuni non potevano accedere al centro della città. Le fotografie scattate il giorno della parata mostrano strade deserte.

Chi ha osservato la celebrazioni del 9 maggio potrebbe aver notato alcune differenze rispetto al passato. Quest’anno pochi leader stranieri si sono presi la briga di partecipare, mentre all’appello mancavano anche carri armati, missili e veicoli da combattimento. Lo spettacolo è stato molto breve, appena 45 minuti. Putin è apparso ingrigito e ansioso. Gli unici elementi insoliti sono stati i soldati nordcoreani, che hanno marciato solennemente accanto ai russi. La loro presenza è servita anche a ricordare le migliaia di nordcoreani morti per aiutare la Russia a riconquistare la provincia di Kursk, occupata per otto mesi dalle forze ucraine tra il 2024 e il 2025. Inoltre, il fatto che quella nordcoreana fosse l’unica presenza internazionale di rilievo dice molto sulla capacità attuale di Mosca di allacciare alleanze solide.

Certo, si è trattato solo di una parata, ma l’anniversario in Russia è estremamente importante, principalmente perché Putin lo ritiene tale. Il presidente ha riproposto la celebrazione del 9 maggio nella forma attuale a cominciare dal 2008, scegliendo intenzionalmente di celebrare il momento della vittoria “imperiale” di Mosca, quando Stalin controllava tutti i territori compresi tra la capitale russa e Berlino. Forse non è un caso se pochi mesi dopo la parata del 2008 la Russia ha invaso l’ex repubblica sovietica della Georgia.

Il culto della vittoria nella seconda guerra mondiale si era affermato in epoca sovietica, ma con il tempo aveva perso rilevanza. Putin lo ha rafforzato ed espanso. Il crollo dell’impero sovietico nel 1989 e la disintegrazione dell’Unione Sovietica nel 1991 hanno alimentato il culto del 1945, sfruttato dal Cremlino per oltre vent’anni. In questo arco di tempo, Putin ha cucito questo sentimento di nostalgia nel tessuto sociale di Mosca e di altre città russe, ampliando e moltiplicando le sculture e i monumenti brutalisti che celebrano gli eroi della “grande guerra patriottica”.

Oggi, però, il culto della guerra si è rivoltato contro il suo artefice. Putin sa che non può essere all’altezza della mitologia che ha creato, come lo sanno tutti i russi. La sua guerra inutile, illegale e brutale in Ucraina è già durata più a lungo di quella sovietica contro i nazisti, provocando la morte o il ferimento di più di un milione di soldati russi, senza ottenere un vero successo militare o politico. Oggi si è arrivati al punto in cui Putin non può nemmeno organizzare una parata a Mosca senza temere un sabotaggio ucraino.

Questo non significa che la guerra in Ucraina sia finita o che il regno di Putin sia arrivato al capolinea, ma è la prova che i russi, e in particolare i moscoviti, possono osservare chiaramente il contrasto tra la propaganda e la realtà. In Russia si è creato un vuoto. E presto qualcosa, o qualcuno, dovrà riempirlo. ◆ as

Anne Applebaum _ è una giornalista e storica statunitense naturalizzata polacca, premio Pulitzer nel 2004 per il libro Gulag. Il suo ultimo libro è Autocrazie. Chi sono i dittatori che vogliono governare il mondo _(Mondadori 2024).

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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati