È probabile che i miei amici a Gaza riceveranno presto l’ordine di “evacuare” i loro rifugi di fortuna per essere “assorbiti” nella parte sud della Striscia, proprio come un tempo furono “evacuati e assorbiti” i miei genitori: mia madre nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, mio padre in un ghetto in Transnistria. Il linguaggio piatto e menzognero dell’esercito israeliano avvelena ogni rapporto, ogni discussione. Non è un problema dei miei amici, esausti e affamati. È un problema nostro, di noi israeliani. Al pari dell’indignazione di coloro che, volutamente ciechi e con il cuore indurito, insistono nel dire: “Non si possono fare paragoni”.

Il ministro della guerra israeliano, Israel Katz, ha fatto una promessa e la sta mantenendo: porta avanti la missione di spostare e trasportare, concentrare e ammassare, comprimere e schiacciare altre centinaia di migliaia di esseri umani in un minuscolo pezzo di terra senza farsi scoraggiare da proteste, condanne o paragoni storici. Nessuno sta salvando i palestinesi, gli ostaggi o noi stessi dal nostro io ripugnante. Scrivo sperando ancora in un miracolo: che l’Europa e i paesi arabi si sveglino, che usino le leve del potere a loro disposizione.

I bombardamenti degli eroici piloti israeliani, i colpi d’artiglieria sparati dai coraggiosi piloti di carri armati faranno in modo che la città di Gaza sia svuotata della sua popolazione e schiacciata dalle fauci dei bulldozer.

I soldati israeliani sono intrisi di valori, cresciuti per svolgere un servizio militare che considerano importante. Anche quelli che protestano contro il governo insieme ai loro genitori e alle famiglie degli ostaggi non rifiutano la leva né disubbidiscono agli ordini. Quando Yaniv Asor, capo del comando sud, dichiarerà la città di Gaza “zona criminale”, ogni soldato avrà il permesso di sparare a tutto ciò che si muove. Anche a una donna di 78 anni o al suo nipote di dodici. E sento già le voci che dicono senza esitazioni: “È colpa loro, avevano il tempo per spostarsi a sud”.

I manifestanti hanno ancora un modo per mandare all’aria i piani del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministro delle finanze Bezalel Smotrich, che mirano a una riforma del regime in stile putiniano: possono rifiutarsi in massa di partecipare alle campagne di distruzione ed espulsione. Ma non lo fanno.

Oltre la comprensione

La mia limitata immaginazione non riesce a raffigurarsi i miei amici di Gaza e le loro famiglie – emaciati, malati, in lutto – espulsi per almeno l’ottava volta, costretti verso un altro ignoto, in un lembo di terra più piccolo e affollato del precedente. Su un carretto? Percorrendo venti chilometri a piedi? Correndo a perdifiato, con i proiettili che li inseguono e le colonne di fumo nero che si alzano dietro di loro?

La mia immaginazione terrorizzata rifiuta di vederli rimanere nelle loro case semidistrutte, pregando per una morte rapida sotto le bombe. Gli appartamenti che avevano costruito o comprato con anni di risparmi sono macerie fumanti. Delle poche cose che i miei amici erano riusciti a recuperare o improvvisare dall’ultima espulsione – materassi, pentole e mestoli, assi di legno, coperte, forse un pannello solare – cosa dovranno lasciare stavolta? Di certo non il sacco di farina costato mille shekel (25 euro) né la tanica da venti litri di acqua semipurificata o i pannoloni per la madre novantenne.

La mia immaginazione inadeguata non riesce a capire dove, tra tutte le tende stipate, potranno piantare la loro. Dove suderanno fino all’inverno, per poi tremare di freddo mentre la pioggia e il mare in tempesta li bagneranno, tra un bombardamento e l’altro. Con i droni che gli ronzano sopra la testa giorno e notte.

Terrore. Nostalgia. Fame. Sete. Prurito. Dolore. Rabbia. Esaurimento. Un bambino malato che piange. Questi termini a Gaza hanno un peso, una concretezza, un volume che vanno oltre la nostra comprensione. Dal mio dizionario sono scomparse tutte le parole, tranne “impotenza”, “paralisi” e anche “complici involontari di un crimine”. ◆ dl

Amira Hass è una giornalista israeliana che vive a Ramallah, in Cisgiordania.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati