Lu Heng, cresciuto a Shipu, un villaggio di pescatori in Cina, smanettava con internet fin da ragazzo. All’università vendeva carte del videogioco World of Warcraft, e, dopo essersi trasferito nei Paesi Bassi, aveva fondato un’azienda che forniva servizi online. A poco più di vent’anni ha avuto un’idea che l’ha reso molto più ricco. Ha cominciato a recuperare milioni di indirizzi ip inutilizzati, per lo più in Africa, e a darli in affitto ad aziende fuori del continente che ne avevano bisogno. Negli ultimi dieci anni ha accumulato circa dieci milioni di questi indirizzi. Questo gli ha attirato critiche, ha innescato cause legali in tutto il mondo e ha creato grossi problemi ai provider di servizi internet. I manager delle società tecnologiche africane sono furibondi con lui.

“Lu Heng è riuscito a rivestire di belle parole la sua avidità in modo da sembrare un rivoluzionario”, dice Brian Longwe, cofondatore e amministratore delegato della Converged technology networks, un fornitore di servizi online in Malawi. “Non lo è. Vuole solo fare soldi”.

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In una serie di email inviate al Wall Street Journal, Lu, che ha 37 anni e si definisce un “nomade”, ha spiegato che il suo obiettivo era solo quello di creare un “modello di noleggio degli indirizzi ip trasparente e basato sul mercato” per una risorsa sempre più scarsa. “Ho operato nel rispetto delle regole”, si difende.

Per capire come un operatore semisconosciuto in Cina abbia potuto suscitare una tale polemica è utile sapere come funzionano gli indirizzi ip (sigla che sta per internet protocol, “protocollo di rete”). Quando internet era agli albori gli indirizzi ip furono inventati per identificare i dispositivi che vi si collegavano. Ogni telefono, computer o smart tv ha bisogno di un indirizzo specifico per connettersi a internet. Quei primi indirizzi ip, noti come IPv4 (internet protocol version 4), erano costituiti da circa 4,3 miliardi di combinazioni uniche, un numero ritenuto più che sufficiente quando furono lanciati all’inizio degli anni ottanta. Oggi quella cifra è ridicolmente bassa.

Nel 2012 è stato lanciato un nuovo protocollo internet: l’IPv6, che usa stringhe di lettere e numeri più lunghe, creando un’infinità di combinazioni in più. Tuttavia, circa metà del traffico di internet continua a usare l’IPv4, perché passare all’IPv6 può essere costoso e complesso e molti dispositivi più vecchi funzionano ancora con l’IPv4. Alcune aziende, tra cui Amazon, Microsoft e Google vogliono ancora gli indirizzi IPv4 perché i loro servizi di cloud li usano come ponte tra il mondo IPv4 e quello IPv6.

Normalmente sono i registry, enti pubblici o privati presenti in tutto il mondo, ad assegnare gli indirizzi ip a fornitori di servizi, aziende di cloud e altri soggetti in grado di dimostrare di averne bisogno. L’Africa, che è stata più lenta a sviluppare l’infrastruttura di internet, è l’unica regione che ancora oggi non ha assegnato tutti i vecchi indirizzi.

È in questo spazio che Lu ha intravisto un’occasione. “Era un territorio inesplorato in cui ritagliarsi una nicchia”, spiega. Lu cerca indirizzi IPv4 inutilizzati e sfrutta la sua azienda con sede a Hong Kong, la Larus, per noleggiarli a terzi.

A caccia d’indirizzi

I suoi affari sono cominciati nel 2013, quando ha registrato un’impresa alle Seychelles, la Cloud innovation, per richiedere indirizzi ip all’African network information centre, o Afrinic, l’ente che assegna gli indirizzi ip nel continente. Tra il 2013 e il 2016 l’Afrinic ha concesso alla Cloud innovation 6,2 milioni di indirizzi IPv4. Più di quelli concessi alla Nigeria, il paese più popoloso di tutta l’Africa.

Biografia

1988 Nasce a Shipu, in Cina.

2013 Fonda un’azienda alle Seychelles con la quale gestisce indirizzi ip pubblici africani e li affitta a privati.

2020 L’Afrinic, l’ente che assegna gli indirizzi ip in Africa, gli chiede di restituirli e lui gli fa causa.


Un singolo indirizzo IPv4 può valere circa 50 dollari al momento del suo trasferimento a un’azienda come la Larus, che poi lo noleggia annualmente a circa il 5-10 per cento di quel valore. La Larus e le sue società affiliate, spiega Lu, controllano poco più di dieci milioni di indirizzi IPv4.

A quanto pare gli ideatori di internet non avevano contemplato la possibilità che qualcuno cercasse di monetizzare gli indirizzi ip. Lu, invece, pensava che gli indirizzi ip originali avrebbero potuto avere un grosso valore se trattati al pari di altri tipi di beni, come le azioni o le obbligazioni, con regole chiare e normative sulla proprietà. “Lu Heng ha sfruttato queste ambiguità nei regolamenti, ha acquisito un mucchio di indirizzi registrandosi come azienda africana e poi ha cominciato a rivenderli nel mercato cinese speculando sulla differenza di prezzo”, spiega Milton Mueller, professore di politiche pubbliche del Georgia institute of technology.

Le attività di Lu hanno portato a uno scontro con l’Afrinic. Nel 2020, dopo un’indagine interna, l’ente ha inviato lettere a Lu e ad altri chiedendo di rientrare in possesso degli indirizzi ip posseduti da questi soggetti. L’Afrinic sosteneva che Lu non avrebbe dovuto usare gli indirizzi fuori del continente. Lu ha risposto che non stava violando le leggi in vigore nel momento in cui aveva acquisito gli indirizzi. Dopo qualche botta e risposta, l’imprenditore cinese ha fatto causa all’Afrinic nello stato di Mauritius per mantenere il possesso degli indirizzi acquisiti.

Secondo Milton Mueller all’epoca l’uso che ha fatto Lu degli indirizzi ip al di fuori dell’Africa in effetti non violava le regole dell’Afrinic. Tuttavia, sostiene lo studioso, Lu ha cominciato a noleggiarli e quindi la sua azienda sarebbe stata obbligata a notificarlo all’ente. Secondo Mueller, inoltre, questo obbligo “non è molto ragionevole” e i fornitori di servizi internet normalmente non rispettano questa norma a causa degli oneri che comporterebbe. Mueller si dice favorevole alla creazione di mercati per la compravendita degli indirizzi ip. Anche se Lu non è un tipo molto amato, spiega, l’avvento del suo modello aziendale “è un fenomeno che prima o poi si sarebbe comunque verificato”. Altri nel settore, compresi alcuni fornitori di servizi internet, si lamentano del fatto che Lu sta tentando di prendere il controllo di una miniera d’indirizzi che per decenni era stata gestita come un bene pubblico a basso costo. Questo a sua volta potrebbe far aumentare i costi per gli utenti.

Nel luglio 2021 una delle cause intentate da Lu a Mauritius ha indotto un tribunale del paese a congelare i conti bancari dell’Afrinic, portando l’organizzazione al commissariamento. L’amministrazione controllata ha bloccato la distribuzione dei nuovi indirizzi IPv4, impedendo ai fornitori di servizi del continente di allargare il proprio raggio d’azione.

Lu ha presentato cause per calunnia e diffamazione in Sudafrica, Australia, Regno Unito e altri paesi contro alcuni dei suoi critici, tra cui Longwe, il dirigente dell’azienda che fornisce servizi internet in Malawi. All’inizio del 2025 un giudice si è pronunciato a favore di Longwe, ma gli avvocati di Lu hanno presentato ricorso.

A luglio l’azienda di Lu, la Cloud innovation, ha presentato un’istanza alla corte suprema di Mauritius chiedendo di sciogliere l’Afrinic. “Ogni giorno che l’Afrinic rimane paralizzata o non riconosciuta mette a rischio la stabilità di internet in Africa”, sostiene in una dichiarazione l’azienda di Lu, proponendo che gli indirizzi ip africani siano amministrati dal registry di un’altra regione. Qualche giorno dopo il primo ministro di Mauritius ha sospeso tutti i procedimenti giudiziari riguardanti l’Afrinic, in attesa di ulteriori indagini. A settembre l’Afrinic ha eletto un nuovo consiglio d’amministrazione. Da allora ad alcuni fornitori di servizi internet sono stati concessi nuovi indirizzi IPv4.

Edward Lawrence, cofondatore della Workonline communications, un operatore di rete con sede a Johannesburg, in Sudafrica, sostiene che finché il mondo non avrà compiuto la transizione agli IPv6 gli indirizzi dati a noleggio da Lu dovrebbero essere restituiti all’Afrinic. Questo contribuirebbe allo sviluppo di internet in tutta l’Africa, favorendo l’accesso di più persone all’istruzione e all’assistenza sanitaria. “Queste risorse non dovrebbero essere un bene economico”, dice Lawrence. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati