È stato molto più che uno scrittore. Andrea Camilleri, morto mercoledì 17 luglio all’età di 93 anni a Roma, ha inventato un genere: il giallo all’italiana. Salvo Montalbano, il suo personaggio taciturno, buongustaio e di rara intelligenza, ha offerto un successo piuttosto tardivo all’autore siciliano, ma soprattutto ha dato nuova linfa alla letteratura italiana. Montalbano (il cognome è un omaggio al catalano Manuel Vázquez Montalbán, padre del detective Pepe Carvalho) è a tal punto un doppio di Camilleri che dissociare l’autore dalla sua opera è molto difficile. Le sue numerose inchieste si svolgono in un paesino immaginario chiamato Vigata, il corrispondente letterario di Porto Empedocle, nella Sicilia meridionale, dove il “maestro” era nato il 6 settembre 1925. Del resto il sindaco di Porto Empedocle vorrebbe affiancare Vigata al nome della città, per rendere omaggio allo scrittore diventato un fenomeno in Italia.
Il successo della serie televisiva ispirata alle avventure del commissario Montalbano è stato tale da ispirare una serie spin-off dedicata alle avventure del commissario agli esordi.
Camilleri nel frattempo non si è fatto conoscere solo grazie ai suoi romanzi polizieschi bizzarri e politici – uomo di sinistra, lo scrittore mette al centro dei romanzi i temi della corruzione, della mafia e della crisi migratoria – ma anche grazie alla lingua. I suoi libri sono scritti in un miscuglio di dialetto siciliano e lingua italiana che può disorientare un milanese o un veneziano. “A casa abbiamo sempre parlato un dialetto arricchito di continuo dall’italiano, e la distinzione stabilita da Pirandello mi calzava alla perfezione: la lingua italiana esprime il concetto, il dialetto esprime il sentimento”, spiegava nel 2000 a Livres Hebdo. Questa ricchezza di scrittura è stata trasposta in Francia da Serge Quadruppani. Grazie a questo straordinario lavoro di traduzione che attinge al “francese del Midi”, la complessità delle molteplici influenze culturali siciliane diventa comprensibile per il lettore francese. “Il ‘camilleriano’ non è la trascrizione pura e semplice di un idioma fatta da un linguista, ma la creazione personale di uno scrittore a partire dalla parlata dell’area di Agrigento”, spiega il traduttore in una “avvertenza” presente in tutti i volumi.
Eroi burberi e solitari
Il fenomeno Montalbano ha aperto la strada a una nuova generazione di giallisti italiani. Carlo Lucarelli, Marcello Fois, Loriano Macchiavelli, Massimo Carlotto. Tutti loro devono moltissimo a Camilleri, che ha dissodato e modernizzato un genere letterario arrivando quasi a codificare uno stile specifico per il poliziesco all’italiana: gli intrighi hanno meno importanza rispetto allo studio dei mali della società italiana e gli eroi sono quasi tutti burberi, raffinati buongustai, tormentati e solitari.
Altrettanto onnipresenti sono il senso dell’umorismo e l’autoironia. In particolare, grazie alle avventure di Montalbano, Camilleri è diventato il precursore di una sorta di “giallo del territorio”. Come lui, quasi tutti gli autori italiani di gialli ambientano i loro intrighi in regioni specifiche, con il risultato che il romanzo poliziesco italiano è profondamente radicato nella storia e nella geografia della penisola.
Sarebbe ingiusto ridurre la sterminata opera di Camilleri ai soli gialli che hanno contribuito a costruire il suo successo a partire dal 1994, con La forma dell’acqua, quando lo scrittore aveva già 69 anni. Camilleri ha dedicato la prima parte della sua vita al teatro, alla poesia e alla televisione. All’epoca viveva a Roma e ha messo in scena più di 150 opere teatrali, molte delle quali di Luigi Pirandello, cugino di sua nonna. Nel 1958 è stato il primo a far scoprire in Italia Samuel Beckett. Per la Rai ha prodotto telefilm e serie tratte dai romanzi di Georges Simenon. Le inchieste del commissario Maigret hanno avuto una forte influenza su quelle di Montalbano.
Ma voleva assolutamente scrivere dei romanzi. Aveva un manoscritto, che però era stato rifiutato per dieci anni da tutte le case editrici a cui lo aveva proposto. Per fortuna il suo amico scrittore Leonardo Sciascia vegliava su di lui e lo stimolava. Il suo libro Un filo di fumo è stato pubblicato nel 198o. Dopo ne sono arrivati molti altri, la maggior parte dei quali inseriti nel filone storico e sempre ambientati a Vigata.
In questa parte dell’opera camilleriana, un affresco storico del suo paese, si distinguono i libri che parlano dell’Italia fascista, un pretesto per esprimere una critica feroce all’Italia postmoderna in cui vige una sorta di “democratura”. Camilleri osserva con sguardo estremamente negativo il potere berlusconiano che si accompagna all’arrivo dell’estrema destra e dei populisti al potere. Da quel periodo trae un romanzo magistrale, Privo di titolo, che smonta i meccanismi della menzogna di stato e della creazione di un colpevole. O ancora La presa di Macallè, il suo romanzo più scomodo, che descrive il fascismo come uno stupro permanente delle popolazioni che si trovano sotto il suo giogo.
“Il fascismo è un virus che abbiamo creduto di debellare appendendo per i piedi il suo capo, ma che torna a distanza di decenni con forme diverse”, confidava nel 2006 a Le Monde. Sapeva di cosa stava parlando: la famiglia Camilleri era mussoliniana. Suo padre, ispettore portuale nella Sicilia meridionale, aveva partecipato alla marcia su Roma e sua madre, pur essendo meno coinvolta, era comunque una simpatizzante.
All’età di dieci anni, poco dopo l’inizio della guerra di Etiopia, il piccolo Andrea aveva un solo desiderio: “Ammazzare gli abissini”, un’ambizione che confidò al Duce in una lettera appassionata. “Mi ha risposto, il cornuto, dicendomi che ero troppo piccolo per fare la guerra, ma che non sarebbero mancate le occasioni in futuro”, ricordava quasi settant’anni dopo. “Il giorno in cui quelle occasioni si sono effettivamente presentate ovviamente io non volevo più farlo”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1316 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati