L’accordo sulla Groenlandia è il classico trionfo “alla Trump”: in cambio della promessa di non minacciare più l’annessione del territorio autonomo danese, il presidente degli Stati Uniti ha sostanzialmente accettato lo status quo, per poi sostenere di aver vinto la trattativa. Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia, ha dichiarato che l’intesa “porta benefici a tutti”, mentre un portavoce della Nato ha sottolineato che “contribuirà a migliorare la sicurezza, la stabilità e la cooperazione in questa regione cruciale”.

L’accordo è elogiato da tutte le parti perché, come ha spiegato Sir Ben Wallace, ex segretario alla difesa del Regno Unito, “nella pratica non è cambiato niente”. Gli Stati Uniti, infatti, hanno già un accesso militare alla Groenlandia grazie a un trattato del 1951 e gestiscono la Pituffik space base, nel nordest dell’isola, un’area costellata da altre basi statunitensi in disuso.

L’unico beneficio per la Groenlandia, la Danimarca e la Nato è che Trump smetterà di minacciare gli alleati. È una buona notizia, ma è come dover essere grati a un bullo quando smette di sbatterci la testa contro un muro.

Per Trump l’accordo è la “vittoria” in politica estera di cui aveva un disperato bisogno a poche settimane dalle elezioni di metà mandato che si annunciano molto complicate per i repubblicani. Se il partito del presidente perderà il controllo di entrambe le camere, il suo potere ne risulterà fortemente limitato. Tuttavia è difficile che l’accordo sulla Groenlandia riesca a portare alle urne molti repubblicani delusi, anche se Trump continua a dichiarare che gli Stati Uniti hanno ottenuto “il controllo permanente sulla sicurezza e su tutti gli altri aspetti” in Groenlandia. Agli statunitensi sta molto più a cuore quanto costa fare il pieno e oggi criticano il loro presidente, che ha scatenato l’ennesima “guerra infinita”.

Forse la lezione più importante che possiamo trarre dall’accordo sulla Groenlandia è la conferma che le minacce di Trump sono quasi sempre vuote. Certo, quest’uomo ha arrecato danni incalcolabili al suo paese e al resto del mondo sgretolando le norme democratiche, ostacolando l’azione contro la crisi climatica, paralizzando il commercio e scatenando varie guerre. Ma le cose sarebbero potute andare molto peggio.

Anche se non è una grande consolazione, è comunque il meglio a cui possiamo aggrapparci di questi tempi. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati