In un saggio intitolato The work of revision, Hannah Sullivan sostiene che l’idea della revisione come fase necessaria del processo creativo si sia affermata solo con il modernismo del primo novecento. La sua affascinante raccolta d’esordio, Tre poesie (tradotta in italiano da Riccardo Frolloni), procede con leggerezza, illuminata dalla sua competenza critica senza esserne mai appesantita, e indaga il modo in cui la vita rivede, e non rivede, se stessa. Sullivan è una sensuale evocatrice di atmosfere, quasi una poeta-chef. In una sola pagina compaiono chiodi di garofano, un temporale, olio di arachidi, ozono, brandy, brina, sangue che si ghiaccia e pesche “sedute con i loro lividi”, ciascuno con il proprio sapore inconfondibile. È una raccolta fatta di intimità: il sesso, il parto, la morte. Quali altri temi possono avvicinarci di più a una scrittrice? Eppure molto rimane enigmatico, come in un quadro di Edward Hopper.

Kate Kellaway, **
**The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1674 di Internazionale, a pagina 81. Compra questo numero | Abbonati