Kiran Desai (David Levenson, Getty)

La solitudine di Sonia e Sunny può essere letto come un’estensione del precdente romanzo di Desai, Eredi della sconfitta (Adelphi 2007), dove il legame tra le generazioni e il divario tra i valori degli Stati Uniti e dell’India muovono la narrazione. Entrambi i libri insistono sulle vite divise dei ricchi e dei poveri, e sui modi insidiosi in cui le condizioni di svantaggio sociale tendono a perpetuarsi. In tutti e due i libri gran parte della storia si svolge nelle case decadenti e nelle istituzioni fatiscenti del passato coloniale, dove anziani indiani si aggrappano a residui di ricchezza e status sociale, dipendendo da domestici stanchi che li servono da decenni. È la stessa scrittrice eppure La solitudine di Sonia e Sunny non è lo stesso romanzo. Nonostante le dimensioni imponenti, questo libro ha un tocco leggero. I momenti cupi sono sempre mitigati da un certo ottimismo, e le ricorrenti incomprensioni che tormentano i personaggi hanno spesso un lato comico. Sonia Shah, figlia unica di una famiglia benestante di Delhi, è un’aspirante scrittrice all’ultimo anno di studi letterari nel Vermont, dove attraversa un inverno rigido e sprofonda nella depressione. Diventa facile preda di un artista più anziano e ossessionato da se stesso, Ilan de Toorjen Foss, che prende possesso della sua vita.

La sua ricerca spietata della fama (“Se non sei famoso, non esisti”) lascia Sonia svuotata. E lei torna in India. Qui incontra Sunny Bhatia, un giornalista che vive a New York e che sta aiutando il suo amico Satya nella ricerca di una moglie indiana. Sonia e Sunny sono stati presi di mira dai rispettivi nonni in un maldestro tentativo di combinare un matrimonio, e questo crea una barriera tra loro. I lettori hanno già superato le duecento pagine (e conoscono ormai bene il vasto cast del romanzo) quando i due si incontrano per la prima volta. Da quel momento la storia ruota attorno alla loro relazione in evoluzione, ostacolata da ogni genere di impedimento. Nulla è stabile, e Desai spinge continuamente i lettori lontano da facili interpretazioni. Questo romanzo tentacolare avrebbe funzionato anche con meno pagine? Forse. Ma la sua ampiezza, con il suo proliferare di connessioni tra personaggi e culture, è una parte necessaria del progetto dell’autrice. Dinah Birch, Times Literary Supplement

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati