La notte di David si basa su un sistema di echi, di parole e frasi ripetute, di scene che si ripresentano. Il secondo romanzo di Abigail Assor, nata nel 1990, si apre e si chiude con lo stesso racconto onirico, che la narratrice conclude con una frase identica, presa in prestito da Victor Hugo: “Insieme, io e mio fratello David siamo demoni. Siamo dèi”. Sono vent’anni che Olivia, detta Olive, rimugina su quegli eventi. Vent’anni che gira intorno a quella notte di giugno in cui si sono spezzate insieme la sua infanzia e la sua relazione fusionale con il gemello. In questo silenzio imposto, e nei non detti che lo hanno preceduto, prende forma il suo racconto ossessivo: una voce quasi sussurrata, in una splendida economia di parole che non esclude improvvisi lampi poetici né slanci di esuberanza quando la giovane donna evoca i ricordi più luminosi dei dieci anni trascorsi in simbiosi con il fratello. A prima vista, però, non si potrebbero immaginare due esseri più diversi: Olive, bella, sottile e brava; e David, con i capelli scuri e ribelli, il corpo rotondo e impacciato nei movimenti. Nella bella casa del Loiret, sulle rive del Loing, ogni giornata è segnata da una crisi di rabbia del ragazzo che può mettersi a urlare o a colpire. È ossessionato dai treni e i due bambini, nella loro stanza, immaginano le modalità di questa metamorfosi. Ed è proprio questo che conduce alla “notte” a cui il testo ritorna continuamente, rivelandone il corso e le conseguenze solo nelle ultime pagine.
Raphaëlle Leyris, Le Monde

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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati