A questo punto chiunque ha una sua opinione sui Kneecap, anche senza averne ascoltato una singola canzone. Tutti parlano di questo trio hip-hop nordirlandese, nato nel 2017 a West Belfast, che rappa in gaelico. Se ne parla per la sua musica, per la sua eccezione idiomatica (che ha causato un’esplosione di corsi di lingua gaelica), per le loro tante provocazioni e anche per questa finta biografia che, uscita nel 2024, ha incassato due milioni di sterline al botteghino e ha vinto il Bafta come migliore opera prima. La cosa potrebbe sembrare piacevolmente esotica se il trio non avesse raggiunto una risonanza internazionale al festival statunitense di Coachella, dove ha denunciato apertamente il “genocidio del popolo palestinese” reso possibile da un “governo statunitense che arma e finanzia Israele”. In più il film arriva in un momento in cui la band deve rispondere dell’accusa di terrorismo ed è reduce da un’intensa campagna di boicottaggi, insulti e minacce che hanno portato alla cancellazione dei loro concerti in vari festival europei. Tutto questo rende ancora più elettrica la visione di questo film che si diverte con una storia collaudata (l’ennesima scalata al successo della musica di una band di buoni a nulla), mischiando alla realtà invenzioni più o meno ispirate. Il padre di uno dei rapper diventa un attivista radicale (Michael Fassbender) che ha inscenato la sua morte per sfuggire alle autorità; il dj del gruppo diventa un insegnante di musica di mezza età che prende in simpatia due soggetti poco raccomandabili; e tutti si ritrovano alle prese con un capo della polizia irascibile e una milizia antidroga repubblicana. A completare il tutto, il dibattito sulla lingua gaelica che regolarmente scuote l’Irlanda del Nord. Il film evoca in modo brillante come il gruppo riesce a tracciare un percorso verso il successo facendo solo quello che gli pare. Questo è l’aspetto più emozionante del film, che sprigiona tutta la sua potenza nei momenti musicali (fondamentalmente concerti e registrazioni in studio). Un modo per ricordarci che, al di là delle polemiche e delle provocazioni, è lì che sta tutto.
Lelo Jimmy Batista, Libération
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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati