Douglas Stuart (Daniel Dorsa, The New York Times/Contrasto)

Raramente un romanzo d’esordio crea il proprio mondo con mano così sicura. La prosa di Douglas Stuart è agile, lirica e piena di descrizioni rivelatrici. E Storia di Shuggie Bain è un libro memorabile sulla famiglia, la violenza e la sessualità. Hugh “Shuggie” Bain dà il suo nome al titolo, ma non meno importante è sua madre Agnes, con i suoi tentativi fallimentari di essere moglie e madre nella Glasgow brutale e alcolizzata degli anni ottanta. Il romanzo si apre nei primi anni novanta, con Shuggie adolescente che vive in un monolocale e sogna di iscriversi alla scuola per parrucchieri mentre lavora al bancone di gastronomia di un supermercato. Poi torniamo indietro di un decennio, al 1981: Shuggie ancora bambino vive in un appartamento con i suoi nonni, suo fratello maggiore “Leek”, sua sorella Catherine e sua madre. Il padre, Big Shug, è un tassista protestante (la famiglia di Agnes è cattolica). È un uomo furbo, affascinante, violento. Il romanzo si muove a grandi passi attraverso gli anni ottanta mentre seguiamo Shuggie e Agnes (e, in misura minore, gli altri della famiglia) che cercano di sfuggire, letteralmente o metaforicamente, alla miseria che li circonda. Stuart ha scritto un romanzo profondamente politico su una società colpita dal thatcherismo, sulla società di Glasgow, sulla vergogna della povertà, sui piccoli gesti di dignità che consentono alle persone di andare avanti. Man mano che Shuggie cresce e Agnes sprofonda, si avverte un senso d’inevitabilità nella storia, ma questo non la rende prevedibile; piuttosto il lettore spera disperatamente che il ragazzo e sua madre si liberino dalle trappole gemelle della povertà e dell’alcolismo. Leggere Storia di Shuggie Bain comporta una sorta di archeologia, setacciare le macerie delle vite presentate per trovare gemme di consolazione, brevi momenti sublimi in cui i personaggi si sottraggono ai lacci della loro esistenza dura. Se il libro non è mai patetico o sdolcinato, nonostante l’argomento, questo si deve alla vivacità dei suoi due personaggi principali e all’umanità con cui sono descritti. Douglas Stuart ha scritto un esordio di rara e duratura bellezza. Alex Preston, The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1394 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati