Ou Savat pensa di essere nato nel 1945. Non lo sa con esattezza perché all’epoca molti dati sulla popolazione non venivano raccolti, e poi durante il regime dei khmer rossi (1975-1979) tutti gli archivi amministrativi furono distrutti. Oggi Ou Savat pensa quindi di avere 75 anni e continua a fare il medico a Phnom Penh. In un paese come la Cambogia, in cui il sistema sanitario è ancora poco organizzato, il suo mestiere è una forma di impegno civile.

Ou Savat è nato in una famiglia di agricoltori nella provincia di Prey Veng, a est di Phnom Penh, sull’altra riva del Mekong. Questa regione, dove la foresta da cui prende il nome è progressivamente scomparsa per fare posto all’agricoltura, ha grandi risorse ed è molto popolata.

La famiglia di Ou Savat, piuttosto benestante, andava spesso a Prey Veng, il capoluogo dell’omonima provincia, a Kampong Cham, dove vive la più grande comunità musulmana del paese, e a Phnom Penh, per fare visita ai parenti. In queste tre città Ou Savat è stato fotografato appena nato, insieme ai genitori.

Crescendo ha posato in altri ritratti di famiglia, poi da adolescente in una foto per il documento d’identità in cui ha i capelli lunghi, e qualche anno dopo in un’immagine in cui è vestito da hippy, con i pantaloni a zampa d’elefante, la bandana e la borsa a tracolla. In tutto sono sette foto, che ha incollato in un quaderno a righe insieme ai ritratti della sorella più piccola.

Quando negli anni settanta la guerra civile diventò sempre più intensa e i khmer rossi si avvicinarono a Phnom Penh, la sua famiglia, come molti altri cambogiani, si rifugiò da amici, parenti o conoscenti. E quando fu chiaro che la città sarebbe caduta nelle mani dei soldati, la sua famiglia seppellì tutto il denaro, i gioielli e le fotografie nello scantinato della casa che li ospitava. Per il regime comunista cambogiano possedere oggetti preziosi significava essere nemici del popolo, e anche le fotografie erano considerate un lusso che andava eliminato.

Sette fotografie

Il 17 aprile 1975, le truppe di Pol Pot entrarono a Phnom Penh e costrinsero quasi due milioni di persone a lasciare la città, che rimase vuota per quattro anni. Centinaia di migliaia di persone furono portate a lavorare nei campi. Molti dei familiari di Ou Savat non riuscirono a sopravvivere.

Rientrato a Phnom Penh, Ou Savat tornò nella casa in cui aveva nascosto i suoi oggetti personali, ma non c’era più niente. I soldati dei khmer rossi avevano preso tutto. Erano rimaste solo le sette fotografie. Un tesoro inestimabile per Ou Savat, l’unico ricordo della sua infanzia e giovinezza, di un’epoca felice.

Ou Savat ha accettato di affidare le sue fotografie all’artista cambogiano Kong Vollak. Ne ha aggiunta anche un’ottava, scattata dopo la fine della guerra, in cui è ritratto davanti al grande tempio di ­Angkor Wat. Molti cambogiani rientrati in città si fecero fotografare lì per riprendere contatto con il loro passato millenario, dimenticare gli orrori della guerra e curare ferite ancora aperte.

Nato nel 1983, Kong Vollak ha studiato scultura e arti visive all’Università reale di belle arti a Phnom Penh. Oggi insegna arte in un liceo e si dedica alle sue opere, soprattutto disegni di edifici e paesaggi all’interno di città inventate.

**Nuovi album di famiglia **

Nel 2015 ha avviato la serie _Jorng Jam _(memoria, in lingua khmer) sulle foto della sua famiglia. Mentre lavorava a un progetto collettivo sulla memoria, che è uno dei temi ricorrenti nell’arte contemporanea in Cambogia, ha cominciato a fare delle domande alla madre sul suo passato: “Non mi aveva mai parlato dei khmer rossi e volevo sapere come aveva vissuto quel periodo. A casa mia ci sono solo due foto di mia madre. Una è quella del documento d’identità che risale agli anni ottanta, subito dopo la caduta del regime. E un’altra, in cattive condizioni, è di lei e sua sorella da ragazze. Mia madre non è una persona estroversa e mostra difficilmente quello che prova. Per invogliarla a parlare le ho fatto vedere quest’ultima foto e con mia grande sorpresa si è messa a piangere, era sconvolta”.

“Da quel momento”, continua Vollak, “è stata un fiume di parole, qualcosa di incredibile. Mi ha raccontato che quel giorno era andata in città con la sorella, aveva comprato un vestito nuovo e si era fatta truccare per andare allo studio di un fotografo. Sapendo quanto siano rare queste fotografie, ho deciso di trattarle come dei tesori e di arricchirle con decorazioni dorate. Quando ho mostrato a mia madre la foto lavorata, ha ricominciato a raccontare. Mi ha detto che all’arrivo dei khmer rossi aveva bruciato tutte le foto, conservando solo questa. L’aveva piegata in quattro e nascosta nel suo fagotto di vestiti. Un giorno un soldato, durante una perquisizione, l’aveva trovata, ma siccome era una sola le aveva permesso di tenerla”. Vollak ha deciso di continuare il lavoro includendo le fotografie di famiglia conservate da altre persone, soprattutto del periodo precedente ai khmer rossi. “Queste foto spesso sono tutto quello che resta di gente scomparsa durante gli anni del regime”.

Alcune sono state rovinate dall’umidità dei monsoni e della terra dove erano state sepolte, altre hanno perso in parte la loro gelatina. Ma Vollak le trasforma in icone, attribuendogli un carattere quasi mistico, in un paese in cui questo genere d’immagini non esiste. In Cambogia nelle pagode ci sono soprattutto affreschi che raccontano la vita di Budda, e le arti tradizionali sono la scultura e la danza.

Anche se ha uno stile molto coerente, Vollak non è interessato solo al risultato estetico. Non si limita a decorare le immagini, vuole trasmettere un messaggio.

“Lo faccio anche perché una volta una famiglia, quando mi ha mostrato le fotografie che aveva, mi ha detto che erano più preziose dell’oro”. ◆adr

Da sapere
La mostra

◆ La serie _Jorng Jam _(2015-2019) di Kong Vollak doveva essere in mostra al festival ImageSingulières a Sète, in Francia, ma è stata annullata a causa dell’epidemia di covid-19.

Il lavoro sarà esposto a ottobre alla galleria Lee di Parigi. La casa editrice Les Editions de l’oeil pubblicherà una fanzine di 32 pagine dedicata alla serie.


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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati