Il 23 marzo gli agenti della polizia hanno fermato un fuoristrada bianco lungo la strada tra Barranquilla e Santa Marta, sulla costa caraibica della Colombia. Durante l’ispezione, i poliziotti hanno trovato un arsenale da guerra: 26 fucili d’assalto AR-15, trenta mirini laser, 37 visori notturni, otto silenziatori, giubbotti antiproiettile, caschi tattici e ricetrasmittenti. Nessuno aveva il numero di matricola, quindi non si poteva tracciarne l’origine. L’autista è stato arrestato e il materiale portato a Santa Marta, dove è stata organizzata una conferenza stampa. La polizia ha fatto sapere che il carico era destinato al gruppo paramilitare dei Pachenga, attivo nella Sierra Nevada. La notizia non ha avuto grandi conseguenze, perché è arrivata mentre la Colombia era concentrata sull’emergenza provocata dal coronavirus. Ma tre giorni dopo è tornata d’attualità. La confessione In un’intervista a W Radio, il generale venezuelano a riposo Clíver Alcalá ha ammesso che le armi sequestrate erano destinate alla “liberazione del Venezuela” e che lui stesso si era occupato del loro trasporto. Le armi, ha detto Alcalá, facevano parte di un contratto stipulato tra lui e il leader dell’opposizione venezuelana Juan Guaidó (riconosciuto come presidente legittimo del Venezuela da più di cinquanta paesi), con la consulenza statunitense, per un’operazione diretta contro il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Secondo Alcalá, sul contratto c’erano le firme di Guaidó e del consulente politico Juan José Rendón. Il carico era destinato a un certo Pantera, un militare venezuelano che avrebbe dovuto coordinare l’operazione. “Nessuna autorità colombiana era a conoscenza dell’operazione contro il Venezuela, né il presidente Iván Duque né le forze armate”, ha detto Alcalá. Questa dichiarazione è avvenuta il 26 marzo, pochi minuti dopo che il governo degli Stati Uniti aveva messo una taglia sulla testa di Maduro. Le affermazioni di Alcalá sono state accolte con scetticismo: in un’operazione clandestina, gli autori del golpe non mettono mai la firma. Con 26 fucili d’assalto, inoltre, nessuno fa cadere un governo che ha un esercito di 200mila uomini, carri armati e aerei. Sempre il 26 marzo il procuratore generale degli Stati Uniti, William Barr, ha accusato il presidente del Venezuela e altri quindici dirigenti del governo socialista di essere trafficanti di droga. Maduro è ritenuto capo di un’organizzazione di narcotrafficanti conosciuta come il cartello dei Soles. Washington ha offerto una taglia di quindici milioni di dollari per ottenere informazioni utili al suo arresto. In genere le ricompense si offrono per ottenere informazioni su persone latitanti. Maduro invece appare tutti i giorni in tv e dorme al palazzo presidenziale di Miraflores. Per altri funzionari del regime –Diosdado Cabello, Tareck El Aissami, e i generali a riposo Hugo Carvajal e Clíver Alcalá, lo stesso dell’intervista a W Radio – la taglia è di dieci milioni di dollari. L’accusa presentata dal dipartimento di giustizia al tribunale del distretto sud di New York contiene diverse prove, soprattutto contro Maduro. Il presidente venezuelano è accusato di aver negoziato con il gruppo guerrigliero delle Farc e di avergli inviato 250 tonnellate di droga in dieci anni. “Sotto la guida di Maduro, il cartello dei Soles non solo si è arricchito e ha consolidato il suo potere, ma ha anche inondato di cocaina gli Stati Uniti”, afferma il documento. Maduro avrebbe stretto altri accordi con i paesi centroamericani per aprire rotte aeree e marittime verso gli Stati Uniti e avrebbe partecipato a diverse riunioni con le Farc. Un incontro fondamentale tra Maduro e il leader guerrigliero Iván Márquez si sarebbe tenuto nel 2014 in una base militare di Caracas. In quell’occasione il presidente venezuelano avrebbe accettato di continuare a fornire armi alle Farc (già in trattativa con il governo di Juan Manuel Santos) in cambio dell’addestramento da parte della guerriglia di una milizia armata in Venezuela. Secondo l’accusa, il cartello dei Soles ha sottratto armi dell’esercito venezuelano per darle a Márquez, che poi ha addestrato la milizia. Nei documenti si parla anche dei nipoti di Cilia Flores, la moglie di Maduro, arrestati tre anni fa dalla Drug enforcement administration (Dea), l’agenzia antidroga statunitense. L’accusa parla inoltre del coinvolgimento del ministro della difesa Vladimir Padrino, del presidente della corte suprema Maikel Moreno, di molti ministri ed ex ministri, di funzionari antidroga e perfino del capo dell’ufficio per le criptovalute. Cabello ed El Aissami restano fedeli a Maduro. Invece i generali Carvajal e Alcalá meritano un discorso a parte. Carvajal era capo dell’intelligence sotto la presidenza di Hugo Chávez, console ad Aruba e deputato del partito filogovernativo. Nel 2017 si è allontanato dal chavismo e due anni dopo ha cominciato a denunciare Maduro come ­leader illegittimo. Arrestato in Spagna per droga nell’aprile del 2019, è evaso a novembre prima che fosse approvata l’estradizione negli Stati Uniti. È ancora latitante. Alcalá ha legami stretti con il chavismo. Controllava l’area mineraria dell’Orinoco, sfruttata dai militari per l’estrazione illegale d’oro. Per anni, per conto di Hugo Chávez, si è occupato della consegna di armi alle Farc. Nel 2013, dopo la morte di Chávez, ha cominciato a prendere le distanze dal chavismo e a criticare Maduro. Dal 2018 viveva a Barranquilla, nel nord della Colombia. Poco dopo la notizia del sequestro dell’arsenale di armi, il governo di Caracas ha accusato Alcalá di dirigere un’operazione contro Maduro. Secondo la versione del governo venezuelano, le armi servivano per uccidere i dirigenti al potere seguendo un piano finanziato dagli Stati Uniti e appoggiato dall’oligarchia colombiana. Nell’intervista a W Radio, Alcalá si è detto disposto ad affrontare la giustizia. Poi ha aggiunto che nessuno può chiedere la taglia che pende sulla sua testa, perché lui era a casa sua. Secondo il ministro dell’informazione venezuelano, Jorge Rodríguez, “gli Stati Uniti vogliono fargliela pagare perché non ha ucciso Maduro”. Gli ha risposto James “Jimmy” Story, l’incaricato degli Stati Uniti per il Venezuela: “Non abbiamo nessun rapporto con Alcalá, sta inventando tutto e il procuratore generale venezuelano Tarek William Saab sta cogliendo quest’opportunità per minacciare il presidente ad interim Juan Guaidó”. Una mossa politica Tutto fa pensare che Maduro sceglierà di trincerarsi e chiamerà a raccolta i suoi affermando che è la rivoluzione a essere in pericolo, non solo la sua testa. Tutto questo avviene in un contesto difficile per il paese: il greggio Merey è quotato a meno di dieci dollari (meno della metà del suo costo di produzione), la benzina scarseggia, il razionamento è rigido, la quarantena mantiene in scacco l’economia e mette a repentaglio la sopravvivenza dei cittadini più vulnerabili. Il sistema sanitario è al collasso e non ha i mezzi per gestire l’emergenza causata dal Covid-19. Secondo gli analisti, la repressione interna aumenterà. Il governo perseguiterà i leader dell’opposizione e gli esponenti della società civile che sfidano le autorità, mentre il territorio è militarizzato per rispondere all’epidemia. Nel frattempo i tradimenti sono all’ordine del giorno. Le taglie pendono solo su cinque persone, il resto della cerchia presidenziale non è stato toccato. È forse un messaggio perché consegnino Maduro? Non è chiaro se l’annuncio della taglia sul presidente venezuelano e i suoi collaboratori sia stato un tentativo di nascondere l’incidente delle armi, il ruolo del generale Alcalá e la “cospirazione”. Alcalá si trovava a Barranquilla da due anni e l’intelligence colombiana avrebbe dovuto intercettare l’operazione delle armi. Non è neanche chiaro perché, pur avendo confessato di essere il proprietario del carico, la procura non l’abbia accusato di traffico d’armi. Il 27 marzo l’ex generale, in accordo con l’intelligence colombiana, è salito su un aereo della Dea diretto negli Stati Uniti. Si possono solo fare delle ipotesi sulle intenzioni di Washington. Probabilmente l’accusa di traffico internazionale di droga contro Maduro non avrà effetti concreti, a meno che non sia l’anticamera di un’invasione militare. Ma oggi quest’ipotesi sembra poco probabile, per le implicazioni politiche che avrebbe con la Russia, la Cina e l’Iran. Le motivazioni sono soprattutto politiche: per essere rieletto Donald Trump deve vincere in Florida, dove la comunità cubana è solidale con quella venezuelana nel suo rifiuto del socialismo. u fr

Probabilmente l’accusa contro Maduro non avrà effetti concreti

Da sapere
L’offerta di Washington

u Il 31 marzo 2020 gli Stati Uniti hanno offerto al Venezuela di eliminare le sanzioni economiche contro il paese se il presidente Nicolás Maduro accetterà di farsi da parte per permettere la formazione di un governo di transizione. Nei giorni precedenti il leader dell’opposizione Juan Guaidó, che a gennaio del 2019 si è proclamato presidente ad interim del paese, aveva proposto la formazione di un governo di emergenza per affrontare l’epidemia di Covid-19. Bbc


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Questo articolo è uscito sul numero 1352 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati