Subito dopo gli attentati del 21 aprile il governo dello Sri Lanka ha bloccato i principali social network, tra cui Facebook e YouTube, e anche l’applicazione di messaggistica WhatsApp, sostenendo che la diffusione di informazioni false su quelle piattaforme avrebbe inasprito il clima d’odio e fatto aumentare la violenza. Max Fisher, giornalista del New York Times, spiega che il governo srilanchese ha da tempo un rapporto conflittuale con le aziende tecnologiche statunitensi. “Nel 2018 le autorità avevano bloccato i social network dopo la pubblicazione su Facebook di informazioni false che avevano scatenato le violenze contro i musulmani. A quel punto i dirigenti dell’azienda avevano promesso di assumere altri moderatori e di migliorare le comunicazioni, ma il governo era rimasto scettico sulle loro intenzioni”. La decisione presa dalle autorità srilanchesi il 21 aprile è comunque insolita, spiega Fisher, perché siti e app sono stati bloccati prima ancora che online si diffondessero potenziali minacce.
“Questo spiega perché il governo è stato criticato da chi è convinto che i social network siano fondamentali per garantire la diffusione delle informazioni e la libertà d’espressione”, scrive l’Inquirer. “Secondo Emma Llanso del Center for democracy & technology, un gruppo di attivisti per i diritti digitali, bloccare le piattaforme online significa togliere a giornalisti e ad altre fonti credibili strumenti importanti per raccogliere informazioni e per verificare le notizie, quindi alla fine si rischia di favorire le fonti meno affidabili”. Il governo dello Sri Lanka ha fatto sapere che il blocco resterà in vigore fino alla chiusura delle indagini. Secondo Amy Lehr, direttrice del Center for strategic and international studies, un centro studi di Washington, è un fatto preoccupante. “È giusto esprimere compassione di fronte a un attentato terroristico, ma chi decide cos’è un’emergenza?”. Molti utenti inoltre hanno fatto notare che chiudendo Facebook sono state bloccate anche le funzioni che permettono di comunicare con amici e parenti dopo un disastro. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati