Il 31 agosto, presentando la riforma del lavoro, Édouard Philippe ha parlato di una “riforma ambiziosa, equilibrata e giusta”. Secondo il primo ministro francese la legge attuale non è la causa della disoccupazione, ma nessuno può sostenere che favorisca le assunzioni. Ambiziosa? La riforma lo è sicuramente. Non è la “rivoluzione copernicana” promessa dal presidente Emmanuel Macron, ma può cambiare in profondità i rapporti sociali all’interno delle aziende. Equilibrata? Dando la priorità alle piccole aziende con meno di cinquanta dipendenti, che potranno trattare con i lavoratori senza passare per i sindacati, pende decisamente dalla parte della flessibilità. Giusta? È tutto da dimostrare.
Macron non ha ingannato nessuno. Aveva annunciato questa riforma, attesa dagli imprenditori e temuta dai sindacati, durante la campagna elettorale per le presidenziali. Aveva dunque piena legittimità per portarla avanti. Nel 2016 il suo predecessore François Hollande aveva imposto la legge El Khomri a colpi di fiducia, senza una vera concertazione, provocando una frattura sindacale e inimicandosi il suo stesso elettorato. Macron invece si è mosso con abilità. Per tre mesi la concertazione con le parti sociali è stata così intensa da sembrare una vera e propria trattativa. Ma alla fine dei conti non tutti ne escono vincitori: la bilancia pende troppo dal lato della flessibilità.
Il metodo scelto, quello del dialogo sociale, ha dato i suoi frutti, almeno in questa prima fase. Rispetto all’obiettivo iniziale, cioè far svolgere qualunque trattativa all’interno delle aziende, Macron ha fatto un’importante concessione. Ha rivalutato il ruolo dei rappresentanti di categoria, che in alcuni ambiti avranno la priorità rispetto agli accordi interni alle aziende. Così ha ottenuto l’appoggio del sindacato Force ouvrière, che si era battuto contro la riforma precedente insieme alla Confederazione generale del lavoro (Cgt). Ironia della sorte, Force ouvrière si mostra meno critica della Confederazione francese democratica del lavoro (Cfdt), che aveva sostenuto la riforma del 2016. Il maggiore successo dell’esecutivo sta quindi nell’essere riuscito a evitare che si formasse di nuovo un ampio fronte sindacale contro la riforma. I sindacati sono rimasti sulla difensiva, rallegrandosi più delle misure sventate che delle conquiste ottenute, ma sono comunque riusciti a esercitare una certa influenza.
Gli imprenditori hanno tutti i motivi di festeggiare, ma hanno dovuto abbassare le pretese. Il Medef, l’unione degli industriali francesi, non ha ottenuto il diritto a negoziare senza i sindacati nelle aziende fino a trecento dipendenti. L’applicazione generale dell’accordo maggioritario (che deve ottenere l’assenso delle sigle che rappresentano almeno il cinquanta per cento dei dipendenti) a partire dal 2018 è una solida garanzia per i sindacati.
◆ Il Jobs act italiano era già stato preso a modello dal governo francese nel 2016, ma con questa riforma torna di attualità. Sui due lati delle Alpi le riforme sono state “vendute” con gli stessi argomenti: anche Matteo Renzi voleva introdurre la flexicurity ed eliminare la distinzione tra lavoratori tutelati e non tutelati. In entrambi i casi le misure sono state presentate come necessarie per rilanciare l’economia e la fiducia. Le formule usate da Renzi, “la madre di tutte le riforme” e “rivoluzione copernicana”, sono state riprese alla lettera da Macron. Ma il bilancio del Jobs act è ancora incerto. È impossibile dire se ha davvero influito sulla capacità dell’economia italiana di creare posti di lavoro. I suoi effetti sono stati gonfiati dagli incentivi alle assunzioni e dalla ripresa economica. Gli ultimi dati mostrano che i posti di lavoro creati sono insufficienti e troppo spesso precari, e la disoccupazione di massa persiste.
Romaric Godin,
Mediapart
Le proteste indette dalla Cgt per il 12 settembre e dal partito di sinistra La France insoumise per il 23 settembre saranno i primi veri banchi di prova di una mobilitazione contro questa riforma, definita “un colpo di stato sociale”. Al di là delle manifestazioni, la diffidenza dell’opinione pubblica obbligherà il governo a un serio sforzo di persuasione, soprattutto se vuole davvero convincere i cittadini che la sua “ambiziosa” riforma è anche “giusta”. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1221 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati