Cheryl St. Onge è una fotografa statunitense, cresciuta nella campagna del New Hampshire. Rimasta orfana di padre a 14 anni, è sempre stata al fianco di sua madre, una pittrice, che non si è mai risposata e a cui nel 2018 è stata diagnosticata la demenza vascolare. La fotografa si è ritrovata di nuovo a fare i conti con un trauma familiare, ma a differenza di quanto avvenuto con la morte improvvisa del padre in un incidente automobilistico, stavolta ha la possibilità di elaborare la perdita in maniera diversa.

Se all’inizio St. Onge mette da parte il suo lavoro per dedicarsi alla cura della madre, alcuni amici artisti le suggeriscono di raccontare questo momento con la fotografia per stare meglio. Per lei è un’idea insopportabile, come un gesto voyeuristico nei confronti di qualcuno in un stato di evidente fragilità, ma si ritrovano entrambe depresse, e allora prova a seguire quel consiglio.

Il senso è avere un progetto quotidiano che le aiuti ad alzarsi dal letto, a non lasciarsi sopraffare dall’ineluttabilità della diagnosi e a nutrirsi di istanti felici insieme. St. Onge resta sorpresa di quanto la madre si diverta a posare davanti alla macchina fotografica. Della prima volta in cui le chiede di mettersi in posa, ricorda: “La sua reazione è stata stupefacente. Ha messo via i puzzle, si è tirata indietro i capelli e si è seduta come una diva degli anni cinquanta”. E così, giorno dopo giorno, hanno giocato, trascorso del tempo all’aria aperta, mettendo a punto un nuovo modo di amarsi e di comunicare.

La madre è morta nel 2020 e successivamente la fotografa ha deciso di fare un libro con le immagini scattate in quel periodo. Calling the birds home (L’Artiere) non racconta mai l’attesa della fine ma con un bianco e nero tenue e poetico esalta la vita, non solo umana, e la forza della memoria per controbilanciare il vuoto angosciante della perdita.

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