Gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno causato sei morti il 1 gennaio nell’ovest dell’Iran, secondo un’agenzia di stampa locale: sono le prime vittime della repressione delle mobilitazioni contro il carovita cominciate il 28 dicembre.

Domenica nella capitale Teheran alcuni commercianti avevano abbassato le saracinesche per protestare contro l’inflazione eccessiva, la svalutazione della moneta e la stagnazione economica. Il movimento si è poi esteso alle università e al resto del paese.

Il 1 gennaio sono stati segnalati scontri in varie città. A Teheran sono state arrestate trenta persone con l’accusa di “disturbo dell’ordine pubblico”, ha comunicato l’agenzia di stampa Tasnim.

A Lordegan, due persone sono state uccise, ha scritto l’agenzia Fars, apparentemente riferendosi a civili. Secondo Fars, “alcuni manifestanti hanno cominciato a lanciare pietre contro edifici amministrativi, tra cui il governatorato, la moschea, il municipio e alcune banche”, e la polizia ha usato i gas lacrimogeni.

Ad Azna tre persone sono state uccise e altre 17 ferite, ha scritto ancora l’agenzia. E ha aggiunto che “un gruppo di rivoltosi ha approfittato di un raduno di protesta per attaccare un commissariato di polizia”.

Secondo la tv di stato un agente delle forze dell’ordine di 21 anni è stato ucciso durante gli scontri a Kouhdasht. Faceva parte dei bassidj, le milizie di volontari islamisti affiliate ai Guardiani della rivoluzione.

All’inferno

Il presidente Massoud Pezeshkian ha riconosciuto la legittimità delle rivendicazioni legate alle difficoltà economiche e ha dichiarato in un discorso trasmesso in tv: “Da un punto di vista islamico, se non risolviamo il problema dei mezzi di sussistenza della gente, finiremo all’inferno”.

La moneta nazionale, il rial, ha perso nell’ultimo anno più di un terzo del suo valore rispetto al dollaro, mentre un’iperinflazione a due cifre indebolisce da anni il potere d’acquisto degli iraniani, in un paese soffocato da sanzioni internazionali legate al programma nucleare iraniano.

Il tasso d’inflazione a dicembre era del 52 per cento su base annua, secondo il centro di statistica dell’Iran, un organismo ufficiale.

Ma nonostante la disponibilità ad ascoltare le ragioni dei manifestanti proclamata dal presidente, la magistratura ha messo in guardia contro qualsiasi tentativo di destabilizzare il paese.

“Ogni tentativo” di trasformare il movimento “in uno strumento di insicurezza, di distruzione dei beni pubblici o di attuazione di piani concepiti all’estero sarà inevitabilmente seguito da una risposta ferma”, ha avvertito il procuratore generale Mohammad Movahedi-Azad.

E ci sono state dure reazioni a una dichiarazione del presidente statunitense Donald Trump favorevole a un intervento in sostegno dei manifestanti. Trump ha affermato sul suo social media Truth che “se l’Iran sparasse sui manifestanti pacifici e li uccidesse violentemente, come al solito, gli Stati Uniti andrebbero in loro soccorso”.

Ali Shamkhani, consigliere della guida suprema iraniana Ali Khamenei, ha reagito avvertendo che qualsiasi intervento statunitense in Iran, con qualsiasi pretesto, sarebbe seguito da una “risposta”. “La sicurezza dell’Iran è una linea invalicabile”, ha aggiunto.

Un altro consigliere di Khamenei, Ali Larijani, ha messo in guardia Donald Trump dal rischio di una “destabilizzazione” del Medio Oriente. “Trump dovrebbe sapere che qualsiasi ingerenza statunitense in questa questione interna equivarrebbe a destabilizzare l’intera regione e a danneggiare gli interessi americani”, ha dichiarato Ali Larijani, che dirige la massima autorità di sicurezza in Iran.

Nel frattempo restano chiuse le scuole e gli uffici pubblici, su decisione delle autorità, che hanno invocato il freddo e la necessità di risparmiare energia. Ufficialmente non è stato stabilito alcun legame con le manifestazioni. L’Iran è all’inizio di un fine settimana prolungato che si concluderà domenica.