Ogni lunedì mattina gli studenti della facoltà di giurisprudenza dell’università Statale di Milano entrano nel carcere di San Vittore. Si sistemano in una stanzetta e lì assistono a un fitto via vai di detenuti stranieri. C’è chi chiede informazioni sullo stato del proprio permesso di soggiorno, chi cerca sostegno burocratico per farsi prendere in cura dal servizio per le dipendenze (Serd), chi si è perso nel labirinto di certificati necessari per fare una telefonata e chi vuole capire perché è finito in carcere.

La Clinica legale dell’università Statale è un piccolo salvagente per i tanti stranieri finiti nel carcere di San Vittore. “Ci occupiamo del diritto dell’immigrazione e di quello che può servire a queste persone per soddisfare i loro bisogni”, spiega Angela Della Bella, coordinatrice del progetto. “Più di due terzi dei detenuti di San Vittore sono di origine straniera, molti sono giovanissimi e con grandi fragilità. Facciamo il possibile per dargli una mano, anche se è difficile intercettare tutti”.

Lunedì 23 giugno i collaboratori della Clinica legale stavano facendo le loro consuete consulenze nell’istituto penitenziario. “A un certo punto abbiamo visto passare alcuni operatori sanitari, portavano via un ragazzo che aveva tentato il suicidio al piano superiore”, racconta Della Bella. Said Talazouga, 22 anni, è morto poco dopo in ospedale. Di origine marocchina, con problemi di tossicodipendenza e disturbi psichici, durante la reclusione non era mai riuscito a parlare al telefono con la famiglia. Il suo profilo e i suoi problemi riassumono la situazione nel carcere di San Vittore. Specchio a sua volta delle storture del sistema penitenziario italiano.

Di solito le carceri sono costruite fuori dalle città, lontane dagli occhi della popolazione libera. È uno dei tanti modi per rendere invisibili i detenuti. San Vittore, con la sua struttura a panopticon pensata per favorire la sorveglianza, è invece nel pieno centro di Milano, lungo una delle strade più frequentate. L’istituto si distingue anche per un altro aspetto. In termini numerici è il peggior carcere d’Italia.

Sulla carta ci sono 450 posti, ma alla fine di giugno i detenuti erano 1.113, con un sovraffollamento del 247 per cento. San Vittore è una casa circondariale, cioè una struttura per persone in attesa di giudizio o con una pena inferiore ai cinque anni. Per questo gli ingressi e le uscite sono tanti: dalle sue celle ogni anno passano circa diecimila detenuti, numero tra i più alti in Italia. Ogni mese entrano circa trecento nuovi detenuti.

L’ultima volta che i volontari dell’associazione Antigone hanno visitato l’istituto hanno trovato condizioni igieniche e ambientali gravi, tra celle inagibili per le cimici e temperature interne di 37 gradi. La carenza di risorse è cronica. Mancano 150 agenti penitenziari. Gli psicologi sono pochi, se va bene i detenuti fanno una seduta di un’ora al mese. In tutto il carcere c’è un solo mediatore linguistico.

Arrivare all’esterno

“Ero stato a San Vittore nel 2010, poi ci sono tornato l’anno scorso”, racconta Mario, scarcerato da pochi mesi. Come altri detenuti ed ex detenuti, Mario ha preferito non rivelare il suo vero nome. “Ho trovato una situazione terribile rispetto a prima. È cambiato il tipo di persone che sono dentro, è aumentato il caos. Il sovraffollamento pesa molto di più sulla quotidianità perché ora c’è il regime chiuso”.

A San Vittore si sta in cella fino a 22 ore al giorno, tranne che nel reparto La nave, destinato al trattamento delle persone con dipendenze e considerato una piccola eccellenza. Un’isola nel deserto, dove si trovano circa 80 persone, il 7 per cento del totale. “Ho scontato trent’anni, ho girato molte carceri”, continua Mario. “L’ultima esperienza a San Vittore è stata la peggiore di sempre”.

Uno degli aspetti più critici del carcere milanese riguarda le telefonate. Se per gli italiani contattare la famiglia può essere più semplice, perché si trovano nello stesso paese, per altri possono volerci mesi. Un problema, in un carcere in cui il 67,3 per cento dei detenuti è di origine straniera.

“Servono il certificato di nascita della persona a cui si vuole telefonare, un documento d’identità, un certificato di parentela e molte altre scartoffie. Ottenere tutto questo dall’estero è difficilissimo, noi proviamo a dare una mano, ma c’è una burocrazia infinita e spesso insormontabile”, spiega una volontaria. “È difficilissimo entrare in contatto con la propria famiglia, ci sono ragazze che sono riuscite a parlarci dopo mesi”, racconta Juana, uscita dal reparto femminile di San Vittore nel 2024. “Volevo sentire mio fratello ma abbiamo il cognome diverso. Mi hanno chiesto ogni tipo di documento, perfino il suo contratto telefonico. Vive in America Latina e questo ha complicato il processo. Non sono mai riuscita a contattarlo”.

Said Talazouga, il ragazzo che si è suicidato a giugno, in tre mesi di detenzione non era mai riuscito a telefonare alla famiglia. Il numero che aveva scritto su un bigliettino, come si è scoperto dopo la morte, aveva una cifra sbagliata. Questo ha fatto inceppare la macchina burocratica.

Prima di entrare in carcere aveva già tentato il suicidio e aveva problemi di dipendenza. A San Vittore era stato messo nella sezione delle celle ad alto rischio (Car), poi ai medici che l’hanno visitato è sembrato stare meglio. Era stato trasferito in un reparto ordinario, dove si è ucciso.

“La comunicazione con l’esterno è fondamentale. Il fatto di non poter parlare con nessuno, di restare isolati, manda spesso in tilt”, dice un’altra volontaria. L’unico modo per ottenere i numeri di telefono è incrociare le informazioni che danno le persone detenute con quello che si trova online. È una procedura che richiede tempo e non sempre si riesce a raggiungere tutti.

L’interno del carcere di San Vittore, Milano, 2020. (Giovanni Mereghetti, Ucg/Universal Images Group/Getty Images)

Quella di Talazouga è una storia che ne racchiude tante a San Vittore. Secondo Antigone ci sono seicento persone con tossicodipendenza, 217 con diagnosi psichiatriche gravi e 171 con disagio mentale. Spesso sono persone di origine straniera e giovanissime, in un carcere in cui duecento ragazzi hanno meno di 24 anni. Youssef Barsom, 18 anni, era recluso in attesa di giudizio per una rapina ed è morto tra le fiamme della sua cella lo scorso settembre, dopo che le perizie psichiatriche lo avevano ritenuto incompatibile con la detenzione.

“A San Vittore ho visto tantissimi ragazzi appena maggiorenni di origine straniera, con problemi psichiatrici e dipendenze da alcol e droga”, spiega Francesco, un detenuto scarcerato pochi mesi fa. Francesco è stato un cosiddetto piantone, una figura che in carcere aiuta i più fragili. “Per un po’ di tempo ho seguito un diciannovenne che non si rendeva nemmeno conto di dove fosse. Veniva dalle celle ad alto rischio, parlava a monosillabi, aveva lo sguardo perso. Teneva un foulard tra le mutande dicendo che lo proteggeva da eventuali stupri. Non so cosa avesse passato in quel reparto ma la domanda che ci facevamo tutti era una sola: come può una persona così stare in carcere?”.

Sono tanti i fattori che aiutano a spiegare la presenza massiccia di questo tipo di persone a San Vittore. Milano è la prima città in Italia per numero di minori stranieri non accompagnati. Ragazzi presi in carico dalle comunità, ma che una volta maggiorenni spesso si ritrovano per strada e possono finire in una spirale di dipendenze e piccola criminalità che li porta in carcere.

Una volta dentro è difficile che qualcuno si prenda cura delle loro dipendenze. Perfino l’iscrizione al Serd dell’istituto è complicata. “È un passaggio necessario per l’affido in una comunità esterna a scopo terapeutico, ma i posti sono molto limitati. Inoltre, a San Vittore è necessario un documento d’identità per accedere al Serd, ma molti non ce l’hanno”, spiega Fausto Fenaroli, volontario del Naga. Una direttiva che non dipende dal carcere, ma dall’azienda sociosanitaria di competenza. “Ci si scontra con la volontà politica ed economica di una regione che non vuole prendersi carico di queste persone. Una negazione del diritto alla cura che ostacola l’accesso alle comunità”.

A questo si aggiunge la crisi generale dei Serd, che specialmente in Lombardia va di pari passo con lo smantellamento della sanità pubblica. “Chi va in pensione non è sostituito e c’è difficoltà a trovare personale”, dice Cecco Bellosi, coordinatore dell’associazione Il gabbiano. “Bisognerebbe investire di più sul trattamento delle dipendenze perché la droga è tornata a essere una grande questione sociale. Servono più risorse per il reinserimento di queste persone”.

Dagli anni novanta Il gabbiano ospita e sostiene i detenuti in misura alternativa nelle sue quattro strutture. Nel 2024 sono arrivate 180 persone dalle carceri milanesi, compresa San Vittore. “Siamo la comunità che ospita più detenuti in Lombardia, abbiamo scelto di farlo trent’anni fa e non abbiamo cambiato idea”, sottolinea Bellosi. “Ospitiamo persone con tossicodipendenze e con problemi psichiatrici. L’anno scorso il 40 per cento delle persone che stavano da noi aveva disturbi di questo tipo”.

Nel 2023 Il gabbiano e altri partner hanno lanciato il progetto Donne oltre le mura, che ha accolto più di cento donne in misura alternativa provenienti da San Vittore e Bollate, le due carceri milanesi con sezioni femminili. Altre detenute, a cui è permesso uscire dal carcere, partecipano poi a laboratori di formazione nella cascina Cuccagna.

Crisi sociale

Nonostante le storie positive, l’accoglienza dei detenuti nelle comunità non è scontata. In molte realtà c’è la paura che possano portare problemi, dunque non sono accettati. I posti per quelli con doppia diagnosi – di dipendenza e di disagio psichiatrico – sono poi pochissimi, nonostante sia il profilo più diffuso tra i detenuti. Lo scorso anno il Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca) ha fatto un appello per alleggerire la burocrazia e velocizzare le pratiche, chiedendo anche un maggiore sforzo di accoglienza dei detenuti da parte delle comunità.

“Il continuo entra ed esci di persone dagli istituti penitenziari, causato anche dalla stretta repressiva dei provvedimenti recenti del governo Meloni, il profilo sempre più fragile della popolazione carceraria, la somma di sofferenze sociali che moltiplicano le conflittualità, le difficoltà nella presa in carico dentro e fuori dal carcere: sono tutti elementi che contribuiscono a spiegare la situazione critica di San Vittore”, sottolinea Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia. “Questo istituto è forse la fotografia migliore dei problemi che riguardano il carcere in Italia”.

Da anni tra i corridoi delle istituzioni milanesi circola un’idea, che a tratti è rilanciata e poi torna nel cassetto. Spostare San Vittore fuori dal centro storico, come vorrebbe l’urbanistica penitenziaria tradizionale. “Sarebbe una pessima notizia”, conclude Verdolini. “Un carcere nel centro storico obbliga in qualche modo a occuparsene, lo fa esistere davanti agli occhi di tutti. In caso contrario le cose non potrebbero che peggiorare”.

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