Percorrendo la statale 7 per Taranto, i cancelli colorati di bianco e rosso scuro dell’ex Ilva sfilano sulla sinistra prima che si intraveda il cartello d’ingresso in città. L’acciaieria, la raffineria dell’Eni e la zona industriale si susseguono, mentre sulla destra si apre il mar Piccolo. Alle spalle dell’area industriale, del comune di Statte e dei quartieri operai Paolo VI e Tamburi, il fiume Tara scorre lungo la periferia nordovest per poi gettarsi nello Ionio poco più a nord del porto. Sulle sponde del corso d’acqua crescono alte canne di giunco, interrotte da qualche staccionata e trampolino di fortuna. Arrivando al fiume da strade sterrate che attraversano campi di ulivi, un cartello arrugginito e bucato dagli spari di qualcuno indica con una scritta bianca il fiume Tara, mentre all’orizzonte si stagliano gli impianti del porto e il parco eolico marino.

“Quando ancora non avevo la patente attraversavo la zona industriale con il bus 15 per arrivare al fiume, il posto più vicino dove poter fare il bagno per noi abitanti di periferia”, ricorda lo street artist Leocifero, attivista trentenne di Gambe di Mazinga. A Statte, dieci chilometri a nord del Tara, questa associazione unisce ragazze e ragazzi per valorizzare il patrimonio naturale del territorio. Da decenni il fiume rappresenta un punto di ritrovo per i residenti dei quartieri popolari tarantini e dei comuni limitrofi. Fanno il bagno nelle sue acque fredde ritenute terapeutiche.

Il 1 settembre molti si raccolgono attorno alla piccola statua della madonna del Tara, lungo la riva del fiume, in un rito sopravvissuto alla radicale trasformazione sociale, economica e urbanistica di Taranto. Anche lo stemma comunale, con un delfino cavalcato da un dio marino, rimanda a una leggenda intorno al fiume: Taras, figlio di Poseidone, avrebbe fondato il primo nucleo di Taranto. “Anche in una città in cui ogni legame con il passato che precede la fabbrica sembra essere stato reciso, esso ritorna come frammento. Ai margini dell’area industriale permane un brandello del suo rovesciamento: una leggenda che giunge dalle viscere del tempo produce ancora oggi comunità”, scriveva Alessandro Leogrande nella prefazione a Tara, il fiume dei miracoli, libro fotografico del 2016 del collettivo Dav.

Dal 2023 il fiume è al centro di un progetto per realizzare l’impianto di dissalazione più grande d’Italia, che prevede anche una filiera per trattare le acque salmastre delle sue sorgenti. Il Tara è un fiume di origine carsica, proveniente da una falda acquifera che scorre sottoterra nelle Murge tarantine, dalla gravina di Leucaspide a Statte, e affiora per due chilometri a ridosso del mare. Il progetto, presentato dall’azienda pubblica Acquedotto pugliese e finanziato in parte con fondi del pnrr per un totale di cento milioni, costituirebbe una soluzione alla crisi idrica che negli ultimi anni colpisce la regione. Il dissalatore produrrebbe ogni giorno fino a sessantamila metri cubi di acqua potabile, coprendo il fabbisogno idrico giornaliero di 385mila persone.

“È stato progettato per cercare di superare la dipendenza idrica della regione da fonti esterne, perlopiù Campania e Basilicata”, spiega Giancarlo Chiaia, professore di idraulica del Politecnico di Bari. Chiaia è sia consulente esterno per l’Acquedotto pugliese nella progettazione dell’opera sia componente della commissione regionale per la valutazione dell’impatto ambientale.

Attivisti dell’associazione Gambe di Mazinga, aprile 2025. (Federica Scannavacca)

La legge Salvamare del 2022 ha limitato il ricorso ai dissalatori solo a casi eccezionali come le emergenze idriche, così da evitare che grandi quantità di salamoia – concentrato salino prodotto dall’osmosi e spesso contaminato da reagenti chimici – siano gettate in mare, danneggiando la biodiversità degli ecosistemi marini. Tuttavia, secondo Chiaia in questo caso non ci sarebbe alcun rischio ambientale. “Per poter dissalare l’acqua con il processo dell’osmosi inversa dei compressori pompano ad altissima pressione l’acqua, filtrando la salamoia. Nel caso dell’acqua di mare, che ha una concentrazione salina di circa 35 grammi al litro, i consumi energetici sono molto alti. Il Tara ha però una concentrazione di circa 7 grammi al litro, il che riduce sia gli scarti sia il costo energetico dell’operazione”, spiega Chiaia.

Secondo le associazioni ambientaliste e una parte dell’opinione pubblica, il dissalatore non risolverebbe la crisi idrica, aggravando invece quella ambientale, sversando in mare salamoia e sostanze chimiche, senza contare l’anidride carbonica prodotta dall’impianto.

La giunta regionale ha rilasciato l’autorizzazione paesaggistica in deroga al piano paesaggistico territoriale regionale, nonostante i pareri contrari della soprintendenza del ministero della cultura, dell’agenzia regionale per la prevenzione e la protezione dell’ambiente, dell’azienda sanitaria locale di Taranto e le osservazioni tecniche contrarie di associazioni ambientaliste tra cui Wwf e Legambiente.

Il progetto del dissalatore, all’inizio inserito nel programma Just transition fund, è stato poi trasferito nel pnrr perché una commissione tecnica del ministero dell’ambiente l’ha ritenuto incompatibile con gli obiettivi di sostenibilità ambientale ed economica a causa degli effetti negativi sull’ambiente, degli enormi consumi di energia che contribuirebbero all’aumento di emissioni di anidride carbonica, e perché farebbe aumentare i costi dell’acqua per i cittadini. Inoltre, “la portata del Tara cambia in base alle piogge, quindi non si capisce come l’impianto possa risolvere il problema della mancanza di acqua quando ci sono meno precipitazioni”, continua Leocifero.

Nella sede dell’associazione Gambe di Mazinga locandine, adesivi e disegni testimoniano che la lotta cresce insieme ai problemi che assediano Statte e la periferia tarantina: il polo siderurgico, le tre discariche e negli ultimi mesi il dissalatore. “Quando vivi tra i rifiuti, cominci a pensare di farne parte”, racconta Leocifero. “In nome della fabbrica è stato sacrificato tutto: l’ambiente, la salute, la vivibilità. Con il dissalatore ci chiedono l’ennesimo sacrificio. Il Tara è nostro e lotteremo fino alla fine, ma non dobbiamo arrivare fino a questa fine”, continua.

Le priorità sono altre, secondo le numerose associazioni e i tanti cittadini uniti nella Rete difesa del fiume Tara, che il 29 aprile a Bari hanno promosso un sit-in davanti alla sede della regione, chiedendo che le risorse destinate all’impianto siano investite nella riduzione delle perdite della rete idrica, nel riuso delle acque reflue e nell’ammodernamento degli impianti esistenti.

Altre soluzioni alla crisi idrica già ci sono, sostengono i cittadini e attivisti. E non solo loro. “Entro la fine del 2025 saranno ultimati i lavori per l’ampliamento della capacità idrica dell’invaso di Monte Cotugno in Basilicata, che serve anche l’area di Taranto. La sua capienza aumenterà di 150 milioni di metri cubi”, dicono Lunetta Franco e Saverio Carlucci di Legambiente Taranto, sottolineando che questi interventi richiedono solo un decimo dei fondi stanziati per il dissalatore.

La scritta “Giù le mani dal Tara” su una staccionata lungo il fiume, aprile 2025. (Federica Scannavacca)

“Sono cominciati anche i lavori per la ristrutturazione dell’invaso artificiale del Pappadai, destinato a servire l’agricoltura, con un finanziamento di poco più di due milioni di euro”. Inoltre, “sono stati avviati lavori di ampliamento in altre tre dighe che servono la Puglia, per un totale di cento milioni di metri cubi in più. In confronto, i duecentomila metri cubi di capienza della cisterna che conterrà i prelievi del dissalatore dal fiume Tara sono irrilevanti per affrontare l’emergenza idrica”.

Nel fiume da anni sono effettuati prelievi dall’azienda Acque del sud, fornitore all’ingrosso di acqua non trattata per usi irrigui e industriali, destinati anche all’Ilva. Al momento è in corso una rinegoziazione del prelievo, che si stima di 1.400 litri al secondo, a cui si sommerà il prelievo di mille litri al secondo per il dissalatore. I vertici delle Acque del sud e quelli dell’Acquedotto pugliese dovranno stabilire quanto ognuno dovrà ridurre i propri prelievi quando la portata del fiume sarà più scarsa, come nei mesi estivi.

“Bisogna evitare il prosciugamento del Tara, bilanciando interessi legittimi ma a volte contrastanti”, aggiungono Franco e Carlucci.

Già nel 2011, quando Legambiente fece presente che si dovevano usare i reflui dell’Ilva depurati per evitare di stressare il fiume prelevando le sue acque, l’azienda rifiutò, sostenendo che non fossero adeguati al raffreddamento dei propri impianti. “L’azienda si è sempre opposta alla richiesta di smettere di usare l’acqua del Tara”, conclude Lunetta Franco.

Durante un’assemblea del 26 aprile organizzata a Taranto dal comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, Ilaria Boniburini, urbanista e ricercatrice dell’università della Basilicata, chiarisce che “l’emergenza idrica è una questione complessa a cui si tenta di rispondere in modo semplicistico con un’unica azione: la costruzione della grande opera infrastrutturale”.

L’ultima voce è quella di Michael Tortorella, studente tarantino del collettivo Convocatoria ecologista: “Le forme della crisi socioecologica a Taranto non riguardano solo l’Ilva e hanno radici coloniali ed estrattive. Durante l’unità d’Italia la città è stata definita ‘capitale della marina’ e hanno costruito l’arsenale”, spiega. “Negli anni sessanta è diventata una ‘capitale dell’acciaio’ e sappiamo solo noi cosa significa nascere in un territorio così inquinato. Ora la chiamano ‘capitale del Mediterraneo’ per incentivare il turismo e costruire opere sostenibili, ma l’Ilva sta lì, il muraglione militare che separa la città sta lì, le crociere stanno lì, il parco eolico e ora pure il dissalatore. A noi cosa rimane?”.

Da sapere
Alternative ed espropri

Negli ultimi cinque anni l’azienda pubblica Acquedotto pugliese ha cominciato a occuparsi del recupero di acqua dalla rete idrica, che oggi registra il 43 per cento di perdite. Secondo Legambiente Taranto, con una riduzione della perdita stimata al 2 per cento ogni anno, nel giro di sei anni si recupererebbe una quantità d’acqua superiore a quella ricavabile dal dissalatore, grazie a una migliore manutenzione delle tubazioni. Nel 2023 l’Acquedotto pugliese ha inoltre depurato dieci milioni di metri cubi di reflui, riuscendo però a distribuirne solo 1.6 milioni nel settore agricolo a causa delle resistenze degli agricoltori e dell’assenza di canalizzazioni per portare l’acqua nei campi. Oltre all’impianto di dissalazione, nel progetto è prevista la costruzione di due grandi condotte che causeranno l’esproprio di terreni e l’espianto di più di novecento ulivi.


Questo reportage è stato realizzato durante l’ultimo corso della scuola di reportage narrativo Alessandro Leogrande, promossa dalla fondazione Di Vagno di Conversano.

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