Per un uomo politico che ha nella parola lo strumento principale del suo potere non c’è niente di peggio che perdere il controllo della narrazione. È quello che sta succedendo a Donald Trump, da tempo dominatore dell’informazione, acrobata della dialettica e seguace fedele della teoria secondo cui bisogna “inondare la zona” con un diluvio di informazioni, un’idea di Steve Bannon, uno dei padri del movimento Maga.
Per molto tempo questa strategia ha funzionato: Trump fa annunci ogni giorno sul suo social network Truth, nelle conferenze stampa quasi quotidiane improvvisate nello studio ovale della Casa Bianca, a bordo dell’aereo che la domenica sera lo riporta a Washington dopo i fine settimana passati a giocare a golf a Mar-a-LAgo o ancora durante le telefonate con i giornalisti, a cui si affida più di qualsiasi presidente del passato.
Ma il meccanismo si è inceppato. Colpa della guerra in Iran, che ha fatto saltare le migliori strategie di comunicazione. Trump non ha mai trovato il tono e l’argomento giusti per difendere il conflitto con l’opinione pubblica statunitense e soprattutto con i suoi elettori, a cui si era presentato come “l’uomo che non amava la guerra”.
Oggi vuole cancellare una civiltà, moltiplica gli ultimatum (regolarmente ignorati) e rivendica la vittoria senza spiegare in che consiste, il tutto con annunci calibrati per influenzare un mercato azionario da cui la sua famiglia e la sua cerchia hanno ricavato enormi guadagni.
Ma soprattutto non riesce a sbarazzarsi di questa guerra che non finisce mai e di un avversario che segue regole diverse.
Lo stretto di Hormuz passerà alla storia come il simbolo di un presidente partito in guerra sottovalutando clamorosamente il nemico e ignorando tutto quello che bisognava sapere su una regione strategica.
Trump non riesce nemmeno a liberarsi del sospetto che sia entrato in guerra credendo allo scenario che gli aveva prospettato l’11 febbraio scorso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come ha raccontato nel dettaglio un’inchiesta del New York Times. Questa realtà potrebbe spiegare il cambiamento di tono di Washington nei confronti di Israele, a cui è stato intimato bruscamente di rispettare il cessate il fuoco in Libano.
Oltre il blasfemo
L’altro “fronte” su cui Donald Trump ha subito una pesante sconfitta è quello dello scontro con il papa Leone XIV, primo sovrano pontificio statunitense della storia. Trump non ha gradito le critiche del papa alla guerra e ha risposto con un attacco frontale sconsiderato. L’immagine generata dall’intelligenza artificiale in cui indossa i panni di Gesù, pubblicata e poi rimossa, ha mandato su tutte le furie i suoi sostenitori cristiani.
L’ex parlamentare repubblicana Marjorie Taylor Greene, un tempo fedelissima di Trump, ha scritto che l’immagine andava “oltre il blasfemo” e raffigurava “l’anticristo”. Quando il Wall Street Journal ha condotto un’inchiesta tra i 53 milioni di cattolici statunitensi, molti hanno dichiarato che “Trump è finito”.
Nonostante i passi falsi e le battute d’arresto è ancora troppo presto per darlo per spacciato, ma a sei mesi dalle elezioni di metà mandato, decisive per il suo futuro politico e per gli equilibri mondiali, cresce la sensazione che Trump abbia perso il controllo. Le decisioni incomprensibili (come la promessa tradita di essere giudicato in base alle guerre che non avrebbe scatenato), la gestione improvvisata degli affari del paese e le scelte che favoriscono i miliardari a scapito delle classi più povere stanno stancando chi lo ha sostenuto. La comunicazione, da sola, non basta.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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