Negoziare, certo, ma cosa? Da 48 ore, mentre in Iran la rivolta popolare viene repressa nel sangue, continua a circolare la parola “negoziato”. Non tra la popolazione e il regime, come dovrebbe essere, ma tra l’Iran e gli Stati Uniti, il “grande Satana” di Teheran.
A bordo del suo aereo, il presidente statunitense Donald Trump ha informato i giornalisti di essere stato contattato dai leader iraniani, prima di mettere in chiaro le sue intenzioni: “Potremmo incontrarci, ma prima potremmo anche colpire l’Iran”. Il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi ha detto a modo suo qualcosa di simile, affermando che l’Iran “è pronto sia alla guerra sia a trattare”.
A quanto pare è stata aperta una linea di comunicazione tra il ministro iraniano e Steve Witkoff, l’onnipresente emissario statunitense che segue i negoziati per l’Ucraina, per Gaza e ora anche per l’Iran. Il sultanato dell’Oman dovrebbe fare da intermediario.
Ma di cosa devono parlare Stati Uniti e Iran? E perché mai il regime di Teheran dovrebbe negoziare con Washington una soluzione a una crisi sociale e politica interna?
Evidentemente è un segno del modo in cui Trump proietta la potenza statunitense nel nuovo disordine mondiale, fuori da ogni quadro diplomatico tradizionale. Per la prima volta, il presidente americano ha minacciato di intervenire in Iran per motivi interni al paese asiatico e non (come a giugno) per contrastare il programma nucleare di Teheran.
Il precedente venezuelano è ancora fresco. Alla fine del 2025 Trump aveva parlato al telefono con Nicolás Maduro per consigliargli di lasciare il potere e il paese. Il presidente venezuelano aveva opposto un rifiuto, e poche settimane dopo le forze statunitensi lo hanno sequestrato a Caracas.
I leader iraniani comprendono la situazione e sono entrati in modalità “sopravvivenza”, sia sul piano interno davanti alla collera popolare che su quello esterno davanti alla minaccia di un nuovo attacco statunitense. Secondo il Wall Street Journal, il regime potrebbe fare delle concessioni sul nucleare per assicurarsi di mantenere il potere.
La minaccia esterna
Ma in che modo tutto questo potrebbe aiutare i manifestanti iraniani? Questo è il rischio di un accordo in stile Trump. I venezuelani, oggi, si stanno accorgendo che la partenza di Maduro non ha significato la fine del regime, rimasto al suo posto anche se sottomesso alla volontà della Casa Bianca. Non è detto che i venezuelani ci guadagneranno.
Lo sesso vale per l’Iran. Il desiderio degli iraniani di sbarazzarsi di un regime teocratico che li ha portati alla rovina rischia di essere sacrificato in una trattativa condotta in nome degli interessi statunitensi e senza dubbio anche israeliani. Al centro del negoziato ci sarà la minaccia esterna, non l’oppressione interna.
Trump ha cambiato le regole del gioco mondiale mettendosi al centro di tutto con la sua onnipotenza, ignorando il diritto internazionale e il multilateralismo, e assegnando premi e punizioni. Come mi ha detto il 12 gennaio un analista di questioni mediorientali, “è impossibile tenere la bussola quando Trump è l’unica salvezza del popolo iraniano”. Nell’attesa che qualcosa si muova, intanto, il massacro continua.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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