La guerra in Ucraina è arrivata al quinto anno, una durata che supera quella dei principali conflitti del secolo scorso. Finirà? E chi potrebbe farla finire? È possibile che non sia solo la ridicola idea di una vittoria totale del presidente russo Vladimir Putin a tenere vivo il conflitto. Anche la ricerca europea e statunitense di una pace stabile negoziata per via diplomatica potrebbe essere una pericolosa illusione. La realtà è che, anche se ci sono minime possibilità di una pace duratura, non dovremmo perdere l’opportunità di una tregua significativa.
Come ha scritto Nader Mousavizadeh sul Financial Times, “stiamo vivendo un’epoca di asimmetria, un periodo di transizione in cui il potere deriva meno dalle dimensioni o dalla ricchezza e più dalla capacità di trasformare lo squilibrio in una leva”. In questa era le guerre vengono ribattezzate “operazioni speciali” e nessuna grande potenza è davvero tale se non raggiunge i suoi obiettivi in meno di due settimane. È quello che Donald Trump ha fatto in Venezuela e non è riuscito a fare in Iran. Oggi la pace non è altro che un’incertezza congelata. Non riusciamo a renderci conto che, quando cambia la natura dei conflitti, cambia anche quella della pace.
La questione che Zelenskyj affronta non è come resistere all’aggressione di Mosca, ma quante altre persone l’Ucraina può ancora sacrificare prima di perdere il suo futuro
È in questo contesto che la lettera inviata il 4 giugno dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj a Putin merita particolare attenzione. Se i droni hanno cambiato il modo in cui l’Ucraina combatte la guerra, la lettera di Zelenskyj segna un cambiamento nel modo in cui Kiev pensa di finirla. Il presidente ucraino ha chiesto negoziati diretti con Mosca e ha sostenuto che ci sono buone ragioni per credere che le ostilità possano cessare nel prossimo futuro.
Sappiamo che la Russia non sta vincendo. La sua offensiva estiva è stata fermata dal vantaggio tecnologico dell’Ucraina, mentre le perdite subite superano la capacità di mobilitare nuove reclute. L’ultimo attacco ucraino contro le raffinerie di Mosca è un chiaro segnale che non stiamo assistendo a una situazione di stallo. L’economia russa sta perdendo sangue e il sostegno pubblico alla guerra si sta erodendo. Se Putin vuole prendere il controllo dell’intero Donbass entro uno o due anni, dovrebbe ricorrere a una mobilitazione di massa oppure all’uso di armi nucleari. Entrambe le opzioni avrebbero conseguenze catastrofiche.
Se invece Putin scegliesse di fermare i combattimenti, non potrebbe rivendicare una vittoria totale, ma potrebbe certamente simulare un successo, proprio come sta facendo Trump in Iran. Le politiche statunitensi nei confronti dell’Europa garantiscono che l’Ucraina non entrerà nella Nato, almeno a breve. Il presidente russo potrebbe quindi affermare di aver raggiunto uno dei suoi obiettivi.
Anche Kiev probabilmente non insisterà sulla presenza di forze di pace europee, perché semplicemente non ne ha bisogno. E la maggior parte degli europei non è entusiasta all’idea d’inviarle. Mosca potrebbe quindi sostenere che anche un’altra delle sue richieste è stata soddisfatta. Inoltre, il Cremlino potrebbe sperare che un cessate il fuoco inneschi tensioni all’interno della società ucraina e diventi uno strumento di destabilizzazione politica.
Nonostante i recenti successi militari, anche gli ucraini hanno buone ragioni per fermarsi. Il conflitto ha dimostrato al mondo che, contrariamente alle affermazioni dei nazionalisti russi, gli ucraini non sono russi sotto incantesimo. Il paese ha perso territorio, ma la sua sovranità è stata riaffermata. Il suo esercito è uno dei più forti d’Europa e il settore della difesa è ammirato in tutto il mondo. E sebbene la lingua russa sia ancora parlata in Ucraina, se oggi si tenesse un referendum ben pochi s’identificherebbero come russi al di fuori dei territori occupati. Pertanto, dopo quattro anni di guerra, in Ucraina non c’è più nessuno che Mosca possa plausibilmente pretendere di difendere.
La questione dolorosa che Zelenskyj si trova ora ad affrontare non è come resistere all’aggressione di Mosca, ma quante altre persone l’Ucraina può ancora sacrificare prima di perdere il suo futuro. Una guerra lunga significa non solo più cittadini uccisi e feriti, ma anche meno bambini che nascono e meno ucraini che tornano in patria dall’estero. Pertanto il prolungamento del conflitto, anche se dovesse portare alla liberazione di ulteriori territori, in prospettiva non rappresenta la strategia migliore.
In questo momento c’è una reale opportunità di congelare la guerra. Il rischio è che questa finestra si chiuda a causa dell’illusione di Putin di poter ottenere una vittoria totale, ma anche perché gli alleati europei di Kiev non hanno capito che pure la natura della pace, non solo quella della guerra, è cambiata. In questo nuovo mondo la prima non è altro che l’assenza della seconda. I negoziati diretti tra russi e ucraini potrebbero ancora rappresentare il modo più realistico per raggiungere quella che oggi è considerata pace. ◆ gim
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