La nostalgia per il passato si è mangiata un pezzo di presente. È vero per la politica ed è vero per la cultura. I Geese conquistano molti rifacendo gli Strokes, che rifacevano Lou Reed. Percival Everett riscrive Huckleberry Finn di Mark Twain con James. Emerald Fennell gira una versione kitsch di Cime tempestose, Christopher Nolan una monumentale dell’Odissea. Tra le opere “costituite da frammenti rigurgitati del passato” Becca Rothfeld del New Yorker inserisce anche uno dei casi editoriali dell’anno, I Lázár, di Nelio Biedermann (Guanda 2026). Il romanzo è stato tradotto in più di trenta paesi, ma Rothfeld lo definisce in modo tagliente “un pastiche di Joseph Roth”, “un museo di romanzi d’epoca”.

I Lázár è qualcosa di più e qualcosa di meno: è il tentativo di rifare il grande romanzo otto-novecentesco, e una versione romance di questa formula.

Biedermann, 22 anni, ha origini ungheresi e aristocratiche: ma di quell’aristocrazia così lontana e decaduta da evocare solo fantasmi. I Lázár è la rievocazione dei fantasmi della sua famiglia. “Andavamo sempre nei castelli che un tempo erano stati nostri”, ha ricordato in un’intervista, descrivendo questi luoghi come “fiabeschi”. Uno di quegli edifici era diventato un istituto psichiatrico: alle pareti c’erano ancora le foto dei suoi antenati.

Questo passato lo ha spinto a scrivere I Lázár a 16 anni. I primi cinque tentativi non lo hanno portato da nessuna parte, l’ultimo l’ha tenuto nella classifica dei bestseller in Germania per mesi, suscitando paragoni con I Buddenbrook di Thomas Mann e La marcia di Radetzky di Joseph Roth.

Enfasi e gusto

La vicenda comincia nel 1900 con la nascita di Lajos von Lázár in un castello ungherese. In trecento pagine sono ricostruiti il crollo dell’impero asbur­gico e quello dei Lázár; l’ascesa del nazismo e la compromissione di alcuni di loro con il regime; l’occupazione sovietica e la fuga dal paese.

L’incipit aiuta a capire la voce che Biedermann ha trovato dopo anni di tentativi falliti: “Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre”.

Lo stile è volutamente rétro, con concessioni al lirismo. L’equilibrio però non funziona sempre, e spesso immagini e metafore sono scontate. Gli anni “vagavano (…) come gitani sui loro cavalli”, l’inverno “avanzava al galoppo”, mentre sul piatto della sorella di Lajos una sera ci sono più aggettivi che cibo: “Rape di un viola brillante, spinaci di un verde intenso, lattuga di una vivace allegria” e “allegri pisellini”.

Biedermann ha però anche gusto per i dettagli, come quando descrive le sbronze del padre di Lajos, o certe voglie sui colli delle donne che fanno deragliare intere esistenze: “Il pensiero improvviso che questa donna poco appariscente fosse diversa da tutte le altre donne del mondo per quel piccolo segno marrone gli fece scordare all’istante l’appuntamento d’affari per seguire il suo cappotto svolazzante”.

Il problema è che a volte Biedermann non sa trattenersi, o non vuole. È in quei momenti che I Lázár civetta con il romance, con struggimenti, scene di sesso ed enfasi tipici del genere. Ecco per esempio un dialogo tra la madre di Lajos e il garzone che diventerà suo amante. Il ragazzo nota dei piccoli tagli sulle braccia della donna:

“‘Perché lo fate, esimia baronessa?’.
Mária lo aveva osservato con compassione, come se il braccio con le cicatrici fosse quello di lui, e aveva risposto: ‘Perché così so di essere ancora viva’”.

Al di là degli eccessi, un dialogo così di maniera e datato, unito però all’immagine dal gusto contemporaneo dei piccoli tagli sulle braccia, può anche essere interessante. Quando Biedermann non riesce a controllare questo miscuglio tra vecchio e nuovo, le pagine sono dominate più dall’atmosfera che dagli eventi, e la grande storia è un accenno frettoloso. Quando ci riesce, non fa rimpiangere più di un decennio di autofiction ormai stremata.

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