Arriva in sala Un anno di scuola, straordinario secondo film di Laura Samani, già molto apprezzato alla mostra del cinema di Venezia. Nella sua brevità, è un raro gioiello di profondità e finezza, di giustezza nella scrittura sull’adolescenza, la scuola, il bullismo, il rapporto tra coetanei e coetanee, mentre sta per affacciarsi nel loro futuro la vita adulta. Ha il solo difetto di sembrare all’apparenza un film gradevole, grazioso, ma forse un po’ facile.
È forte la concorrenza in questo momento in sala. Ci sono titoli di richiamo, come il grande film di François Ozon dal capolavoro di Albert Camus Lo straniero, presentato in concorso a Venezia, che in fondo ha qualcosa in comune con il film di Samani, poiché esplora il tema dello straniero (o straniera) che sentiamo estraneo a noi (o in noi) fino a sentirlo nemico e dell’empatia verso gli altri e il mondo circostante, elementi che corrono costantemente sul filo sottile del loro rovescio: l’indifferenza, la noia. Negli adulti e nei ragazzi comuni.
Inoltre, c’è da tempo un’inflazione di film sugli adolescenti che risponde a una richiesta del mercato, ma anche a un indubbio bisogno dei giovani autori di cinema, mezzo d’espressione che li ha sempre raccontati e che ora lo fa più che mai. In alcune cinematografie, come quella giapponese, è addirittura un genere a sé, con una lunga storia e titoli di alta qualità. In Italia non si può sempre dire altrettanto, nel cinema popolare come nel cinema d’autore. Troppa retorica o troppa maniera, o entrambe le cose, affossano del tutto o in parte le intenzioni di partenza.
Non sono mancati però negli ultimi anni diversi film notevoli sugli adolescenti, o comunque su giovani ragazzi alle prese con le spine del mondo reale, come Patagonia di Simone Bozzelli o Una sterminata domenica di Alain Parroni, rivelazioni di Locarno e Venezia nel 2023 per quanto riguarda i giovani registi italiani, e che oltretutto abbinavano anche un registro sperimentale (in Una sterminata domenica i suoni erano un elemento determinante di scrittura cinematografica, di narrazione, quasi più dei dialoghi).
Un anno di scuola – oltre a rappresentare un caso raro per il fatto che registri diversi nella scrittura e nella regia diano un risultato così perfettamente calibrato – è forse il primo film in assoluto a coniugare una dimensione da cinema popolare sugli adolescenti con quella del cinema d’autore.
Alla seconda visione il film mi è piaciuto ancora di più. Tra tanto cinema insapore, ogm, questo ha un sapore reale e mi ha accompagnato durante la giornata come un amico. Pertanto non posso non ribadire quanto avevo già scritto da Venezia, cioè la sorpresa per il fatto che Un anno di scuola non fosse stato inserito nel concorso ufficiale della mostra, anche se sono felice del premio per la miglior interpretazione maschile della sezione Orizzonti andato a Giacomo Covi.
Ma veniamo al film, a cosa e soprattutto a chi si rivolge.
Un corpo estraneo
Trieste, 2007. I ragazzi dell’ultimo anno di un istituto tecnico vedono arrivare un corpo estraneo, del tutto inatteso. Si tratta di Fred (Stella Wendick), diciassettenne svedese dal carattere e dalla bellezza solare, e con un’energia naturale positiva che si propaga. Fred penetra in questo mondo interamente maschile con il suo piccolo corpo (per citare il titolo del lungometraggio con il quale Laura Samani si è rivelata a Cannes nel 2021) il cui spirito, la cui interiorità diventa un grande corpo che avviluppa, seduce, incanta, conturba i ragazzi della scuola. In particolare tre di loro, inserendosi prestissimo nel loro piccolo clan, come se fosse sempre stata una di loro, rivendicando il suo ruolo di “maschio” non onorario.
Ma già nel prologo che precede questa fusione si vede che c’è un mostro in agguato. Il confine tra clan e branco pare già sottile. Le battute grevi, che tanto divertono tra loro i ragazzi, cominciano fin da subito. Pesanti, ma si possono reggere. Fred forse intuisce che bene o male questo fa parte della sua iniziazione.
Ma se lo spettatore si aspetta l’ennesimo film politicamente corretto, che illustra una tesi con pedanteria didattico-pedagogica, si sbaglia. Perché Un anno di scuola è anche un grande ritratto-istantanea di adolescenti dell’altro ieri che potrebbe benissimo essere di oggi, giusto senza i telefoni. Un film molto umano. Un film che spinge lo spettatore a (ri)cercare con molta semplicità e profondità la propria umanità.
Grazie alla direzione degli attori, alla scrittura dei dialoghi. È cosa rara vedere in Italia un lavoro sui ragazzi dove ogni dialogo suoni così “vero”. Guardando per esempio i film francesi si resta sempre stupiti di come la recitazione, oltre a essere ottima, sia allo stesso tempo anche naturale: i francesi parlano davvero così e hanno davvero quelle espressioni facciali. In Italia invece la recitazione è troppo spesso enfatica, teatrale, oppure stereotipata. Laura Samani al contrario ha fatto un film dove tutto, dialoghi e recitazione, risulta vero.
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È grazie al modo in cui la regista costruisce le situazioni, che sembrano piccole e banali, tipiche della quotidianità, ma le cui dinamiche di causa ed effetto sono chiaramente messe in scena: quali sono le conseguenze di micro-azioni, frammenti di parole, perfino di sguardi, di non detti, sulla psicologia delle persone. Ci si può immaginare il lavoro con i giovani attori per raggiungere questi risultati.
Ma se Samani raggiunge questa grande finezza di scrittura e regia, trasponendo la propria esperienza personale di adolescente in un gruppo di tre maschi, è perché il suo sguardo è fortemente umano. Ama i suoi personaggi maschili, oltre a quello femminile. Nella sua regia non c’è solo grande testa, c’è sentimento.
Fred si lega a tutti e tre, a Mitis (Samuel Volturno), bonaccione dalla sensibilità riservata; a Pasini (Pietro Giustolisi), il bello del gruppo con le ragazze sempre intorno; e ad Antero (Giacomo Covi), dalla bellezza più discreta, con il quale avrà una storia che farà male agli altri. Ma Fred si stringe a loro tre così intensamente e con tale semplicità da farlo sentire anche a noi, quasi a fior di pelle.
La regia ha anche la capacità di rappresentare alla perfezione le crudezze degli schemi maschili. Se ha scelto il personaggio di una ragazza svedese per sviscerarli è forse per dirci per contrasto e in sottotraccia, con una certa discrezione non esibita, che nel nostro paese alcuni modelli resistono, forse anche figli della cultura cattolica. Le donne, se succede qualcosa, hanno sempre una colpa. Fred non ha fatto nulla, salvo innamorarsi di Antero. Eppure sembra sia soltanto colpa sua se il gruppo ha perso il suo equilibrio. Come dice lei stessa ad Antero: “Ci siamo baciati in due!”.
È vero però anche il contrario. Fred è una fonte di equilibrio per loro. Sempre delicatamente all’ascolto di tutti, è quella che capisce meglio che qualcosa di borderline pervade Pasini. Che il bello del gruppo ha sottopelle una sensibilità maggiore di quanto sembri all’apparenza e che l’angoscia esistenziale, il vuoto, sono dietro l’angolo. Anche se ha sempre la battuta, l’autoironia, lo scherzo pronto. Nel finale Fred lavora a un testo dal titolo eloquente: Il distacco nell’esistenza umana. Senso di perdita ed estraniamento.
L’adolescenza – e la sua fine, perché nel film siamo all’ultimo anno di scuola – è in verità un’età molto difficile. Laura Samani ci fa vedere che tutto si mette a posto – che si tratti di una situazione con quasi un tentativo di suicidio (o la sua esibizione) da parte di uno dei ragazzi, così come il vero bullismo che vive Fred – ma fa ben cogliere che si tratta di un filo molto sottile quello sul quale ogni cosa si tiene. Basta poco, infatti, perché l’irreparabile si concretizzi. Per la regista triestina il confine è labile quanto aperto, come quello della vicina Slovenia, attraversato anche dai ragazzi del film: tutto cambia, gli spazi fisici come quelli mentali. Se tutto resta o ritorna in ordine, siamo comunque alla fine di tutto, non solo dell’anno scolastico ma anche delle relazioni che si sono instaurate.
C’è qui la costruzione di un personaggio femminile tra i più belli del cinema italiano degli ultimi anni e la rivelazione di una giovane attrice da seguire: è lei il vettore del film, il movimento nella staticità, e lo dimostra il lungo, bellissimo piano sequenza. Procedimento filmico perfetto perché la camera riprende senza alcuno stacco di montaggio: come dire meglio che siamo tutti, ininterrottamente, aderenti al personaggio?
Ma in generale si resta a lungo in compagnia di tutti i personaggi, e di questi giovani attori. Non si riesce a scindere bene gli uni dagli altri, in una rappresentazione in cui dei ragazzi, pur con i loro sbagli e incongruenze, cercano un modo più giusto ed evoluto nelle relazioni sociali, prima di tutto in quelle umane. Senza posa e presunzione alcuna, proprio come questo film.
Il diritto alle idiozie un po’ sconsiderate può restare, è tipico degli adolescenti maschi, e Fred ne è attratta, come forse anche la regista, ma l’acquisizione di un minimo di discernimento su fino a che punto ci si possa concedere delle piccole sconsideratezze solo il dibattito e l’educazione nelle scuole, nei mezzi d’informazione e in famiglia potranno costruirlo in una civiltà che si vuole in evoluzione.
Un’evoluzione binaria e reversibile, proprio come la canzone che chiude il film: un bellissimo rifacimento a due voci, maschile e femminile, di Più niente, un brano di successo del 1998 dei Prozac+. E un po’ tutto il film costituisce un riascolto di molto punk rock italiano di quegli anni (Antero indossa la maglietta dei Tre Allegri Ragazzi Morti, la band di Davide Toffolo).
Laura Samani ha insomma creato le condizioni per un film in cui anche gli adolescenti potranno proiettarsi e identificarsi, così come lo spettatore esigente potrà ricercare una fotografia in profondità del reale, unendo in tal modo alla perfezione il teen movie con il film d’autore.
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