Il 2 ottobre 1976, alle 14, diverse militanti femministe sono riunite nella sede romana del Movimento di liberazione della donna (Mld), nelle stanze messe a disposizione dal Partito radicale. Sono state invitate attraverso la radio a partecipare a una “caccia al tesoro”. Sono molte, la più piccola, Valentina, ha otto mesi.

Quando escono, solo una di loro conosce la destinazione. Il gruppo raggiunge piazza della Chiesa Nuova. Quattro donne proseguono verso palazzo Nardini, in via del Governo vecchio. Al portiere dicono di voler vedere i soffitti del palazzo. Mentre tre lo distraggono, una di loro spalanca il portone. Le altre entrano “in massa”. Dalle finestre del primo piano calano uno striscione con la scritta “Occupazione del movimento di liberazione della donna”.

“Le facce sono allegre”. Così è raccontato l’inizio dell’occupazione della futura Casa delle donne sul numero del novembre 1976 della rivista Effe.

Palazzo Nardini è vuoto da dieci anni e in pessime condizioni. Costruito nella seconda metà del quattrocento per volontà del cardinale Stefano Nardini e terminato intorno al 1480, era stato destinato a diversi usi. Aveva ospitato gli uffici del governatore di Roma, per questo era stato chiamato Governo vecchio.

Uno spazio per lottare

È un palazzo enorme, su tre piani, con un grande cortile interno e decine di stanze, polvere e sporcizia ovunque. Quasi nessuna delle donne che è entrata per occuparlo riesce a dormire. Per alcune è la prima esperienza “fuori dalle mura domestiche”. Un grande cartone bianco appeso al muro diventa il primo giornale murale del gruppo.

Le ragioni dell’occupazione sono comunicate subito al Pio Istituto Santo Spirito, proprietario dell’immobile; al sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan; al presidente della regione Lazio; al prefetto; al questore e al procuratore della repubblica. “Abbiamo bisogno di uno spazio dove poter organizzare le nostre lotte, dove poter sviluppare la nostra creatività, dove incontrarci e crescere politicamente”.

Fin dall’inizio la richiesta di uno spazio per le donne s’intreccia però con una battaglia sul futuro del centro storico di Roma. Occupare quell’edificio significa anche sottrarlo alla speculazione che sta trasformando la città. Le donne si dichiarano disponibili ad andarsene, ma solo a patto che il palazzo diventi un luogo “ad uso della collettività”. In pochi giorni arrivano le donne del quartiere, si trasferiscono qui le riunioni del consultorio, si pensa a un asilo autogestito. Il Governo vecchio comincia a diventare davvero una casa grazie all’uso che le donne fanno dei suoi spazi.

Una delle attività che vi trovano spazio è nata pochi giorni prima dell’occupazione. Il 16 settembre 1976, dopo il diciassettesimo caso di violenza sessuale avvenuto a Roma durante l’estate, alcune militanti dell’Mld hanno costituito un collettivo contro la violenza. Scrivono: “Lo stupro è solo la punta dell’iceberg di tutte le violenze che le donne subiscono quotidianamente, nel silenzio delle loro case”.

Le donne vengono in cerca di aiuto legale ma soprattutto in cerca di un luogo in cui parlare ed essere ascoltate. Una nota politica afferma: “Non ci poniamo come centro puramente assistenziale, siamo un movimento politico”. Inevitabile il delinearsi in breve tempo di spaccature che il movimento femminista ha conosciuto fin dai suoi esordi.

L’Mld infatti è solo uno dei molti gruppi e collettivi che animano il femminismo romano degli anni settanta. Il suo ruolo è centrale nell’occupazione di palazzo Nardini, ma la storia del Governo vecchio non coincide con la sua. Anche la rivista Effe, che ne racconta quasi in presa diretta i primi giorni, rappresenta un insieme ricchissimo di esperienze.

A cominciare da quella del giornale stesso. Nata a Roma nel 1973 dall’iniziativa di un gruppo di giornaliste e femministe, Effe è una rivista autonoma. Proprio per questo le sue pagine permettono di seguire la trasformazione di palazzo Nardini, che a sua volta rispecchia la trasformazione di tutto il femminismo romano. Un movimento in cui, per dirla con Biancamaria Frabotta, stare insieme ha fatto emergere non solo ciò che accomuna le donne, ma “il bruciante sapore della disparità”.

È dentro questo conflitto che la storica Paola Stelliferi colloca la nascita della Casa delle donne in via del Governo vecchio. Stelliferi considera l’occupazione il simbolo della “nuova veste, ormai ampia e policromatica” assunta dal movimento femminista tra il 1975 e il 1976 “in bilico costante tra la riformulazione e l’implosione”. Nel settembre 1977, quando viene finalmente allacciata la luce, nelle stanze di palazzo Nardini si sono già insediati vecchi collettivi, mentre altri nascono proprio lì.

Al Governo vecchio prende forma il progetto di Radio Lilith, apre il consultorio autogestito dell’Mld, si tengono corsi di pittura per i più piccoli, di ceramica e di musica, c’è un asilo aperto anche ai bambini del quartiere. Un palazzo che cambia ogni giorno.

Di questa vita quotidiana resta una testimonianza singolare. In Il mio segno, la mia parola, Valeria Moretti e Marina Pivetta raccolgono le tracce lasciate dalle donne nella Casa. Il volume esce nel 1979 come supplemento a Quotidiano donna, una delle redazioni che nel frattempo hanno trovato posto nel palazzo. È, in un certo senso, un archivio della Casa delle donne mentre la Casa è ancora viva.

Nel marzo 1979 Giuseppina Ciuffreda e Stefania Raspini tornano a scriverne su Effe. Una fase del neofemminismo sembra essersi conclusa, vogliono capire che cosa sia successo ai collettivi e scelgono di cominciare proprio da quella “grossa sede del movimento al centro della città”.

Il quadro che trovano è molto diverso da quello dell’ottobre 1976. Durante il 1977 e il 1978 le discussioni sulla legge sull’aborto, il movimento del settantasette e il terrorismo hanno attraversato anche le assemblee delle donne. I diversi linguaggi politici emergono e lo scontro può diventare durissimo.

Eppure il portone continua ad attirare tante donne lontane dalla politica: una quindicenne che ne ha sentito parlare, una madre che ha lasciato il marito con i figli, una ragazza scappata di casa o picchiata dal padre, una sessantenne che vuole incontrare “le donne che finalmente lottano”. Manuela Fraire racconta di “popolane” di quaranta o cinquant’anni che arrivano cercando semplicemente “il posto dove si difendono le donne”.

Nel maggio 1980 saranno alcune studenti di architettura a raccontare di nuovo il palazzo, questa volta stanza per stanza, per ristrutturarlo. E mentre attraversano gli spazi, molti ancora in abbandono, si dicono che il Governo vecchio è ormai una casa delle donne, ma che cosa significhi davvero costruire e tenere insieme una casa delle donne rimane una domanda aperta.

Nel 1983, dopo una lunga trattativa con la giunta di Ugo Vetere, gran parte dei gruppi lascia palazzo Nardini per trasferirsi nel complesso del Buon pastore, in via della Lungara: lì nasce quella che ancora oggi è la Casa internazionale delle donne. Una storia ancora tutta da raccontare.

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